L’ortica gigante dell’Australia, la pianta che fa «impazzire»

Se mai vi fosse capitato di imbattervi nelle ortiche nostrane sappiate che quello che avete provato è solo solletico in confronto a quello che si può provare incontrando la pianta specie Dendrocnide moroides, conosciuta con il nome di Ortica Gigante Australiana. La pianta è diffusa anche in alcune regioni dell’Indonesia ed è conosciuta con il nome di «gympie gympie» che in aborigeno significa «pianta che punge». Intorno all’Ortica gigante abbondano racconti agghiaccianti. I peli delle sue foglie, pungenti come spilli, iniettano nell’organismo che ne viene in contatto una tossina simile a quella rilasciata da ragni velenosi, che spinge gli uomini alla follia e i cavalli a gettarsi dalle scogliere pur di non provare un dolore tanto violento.
Si dice che inalare un singolo pelo di questa ortica potrebbe far starnutire fino a far sanguinare le narici. Testimonianze parlano di un soldato che alla fine degli anni Sessanta, venuto in contatto con questa pianta, sia rimasto bloccato in un letto di ospedale per due settimane, provando dolore per tutta la vita ogni volta che si faceva una doccia fredda. Un altro militare avrebbe utilizzato le foglie come carta igienica e si sarebbe sparato per l’insopportabile dolore. Non sappiamo quanto ci sia di vero in queste storie, molte non sono più verificabili ma certamente un pizzico di verità c’è perché queste piante, che possono raggiungere un’altezza di 30 metri sono conosciute per tormentare gli escursionisti tanto che nelle foreste australiane non è insolito imbattersi in cartelli che avvertono i turisti della pericolosità delle foglie. Chi si avventura in escursioni e conosce il pericolo a volte porta con sé respiratori, guanti e antistaminici.
Di certo un tocco casuale con le foglie, anche per una frazione di secondo è sufficiente per indurre dolore per giorni, talvolta per settimane. «È come avere un chiodo conficcato nella carne» ha detto al New York Times il dottor Edward Gilding, biologo presso l’Università del Queensland che ha provato l’esperienza in prima persona. A giorni di distanza dalla «puntura» attività innocue come grattare la parte colpita o fare una doccia riaccendono il dolore. Dopo dozzine di esperimenti e innumerevoli punture (è praticamente impossibile lavorarci senza essere punti) il dottor Edward Gilding e il suo team hanno identificato le sostanze coinvolte. Nel loro studio, appena pubblicato sulla rivista Science Advances, scrivono che l’ortica gigante dell’Australia contiene alti livelli di una tossina che, una volta iniettata si attacca alle cellule che rilevano il dolore mandandole in tilt e bloccandole in «modalità dolorosa». Le tossine di queste piante prendono di mira una molecola che si trova sulle cellule nervose fondamentali per la percezione del dolore nei mammiferi. Gli scienziati hanno battezzato i composti chimici «gimpietidi» che assomigliano moltissimo alle tossine rilasciate da ragni velenosi e lumache a cono marine per immobilizzare le loro prede. Nello specifico queste sostanze interferiscono in modo importante nel percorso di conduzione del segnale del dolore nel corpo attraverso i canali ionici di sodio: una cellula sfiorata da «gimpietidi» ha difficoltà a disattivare il segnale del dolore che a quel punto non termina mai.
«Secondo gli autori dello studio la tossina altera la pompa ionica che dà sulle cellule nervose e non consente al neurone di ripristinare un normale flusso ionico, per questo il dolore permane. È una spiegazione plausibile e interessante ma c’è ancora molto da studiare » commenta Fabio Firenzuoli, medico esperto in fitoterapia e fitovigilanza, responsabile del CERFIT, Centro di Ricerca e Innovazione in Fitoterapia e Medicina integrata dell'ospedale Careggi di Firenze.
Alcuni meccanismi dell’emicrania sono stati compresi studiando la cosiddetta pianta della cefalea , chiamata così perché annusando quella pianta alcune persone sensibili hanno subito crisi di cefalea a grappolo micidiali. «Dallo studio di questo meccanismo d’azione - spiega Firenzuoli - è stato scoperto che alcune sostanze andavano a stimolare i recettori per il dolore. Nulla vieta che anche qui, in questa pianta australiana , lavori un meccanismo simile. Aver studiato la cefalea ha consentito l’apertura della strada alla ricerca farmacologica che ora è arrivata ad avere sostanze che bloccano questi recettori. L’ortica australiana merita dunque di essere studiata perché potrebbe diventare strumento per la ricerca farmacologica per comprendere i meccanismi del dolore ,come è successo per l’emicrania solo dieci anni fa. È anche possibile che la tossina della pianta possa scatenare direttamente i recettori per il dolore, attivandoli ma per comprenderlo servono nuove ricerche».
Ma quali benefici può portare questa tossina alla pianta Dendrocnide? Potrebbe servire come armatura chimica per allontanare gli erbivori affamati. Ma non tutti sono sensibili al suo veleno. Ci sono insetti e bruchi che si cibano indisturbati di queste foglie, persino alcuni piccoli canguri chiamati Pademelon sgranocchiano  volentieri foglie e spine come semplice insalata.
La risposta è ancora un mistero «ma - conclude il professor Ferruccio Poli, professore di Farmacia e Biotecnologie all’Università di Bologna - la ricerca è molto interessante: è un intrigante esempio di convergenza evolutiva dove animali e piante hanno ideato molecole simili per struttura ed attività Biologica».

da Corriere.it, 17/9/2020