Lobby anti-alcol e vino: il possibile ruolo (a favore del vino) della sostenibilità

di Luigi Bavaresco

Una delle più gravi minacce che il mondo del vino sta subendo, a livello internazionale,  è il  potere crescente della lobby anti-alcol, che non distingue tra il vino e le altre  bevande alcoliche  e che considera  il vino  solo come fonte di alcol  e quindi dannoso per la salute umana, indipendentemente dalla dose. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha da tempo in agenda il discorso relativo all’alcol che assieme al tabacco è nella lista dei composti  associati alle malattie non trasmissibili  e che indica anche alcune strategie da adottare per prevenire quelle malattie, come ad esempio  l’aumento della  tassazione,  restrizioni alla vendita, divieto di pubblicità.  Ci sono però altre voci, positive per il vino, che provengono sia dal mondo scientifico che dalla società, come ad esempio quella dell’associazione Wine in Moderation  che lancia un messaggio molto semplice: l’abuso di alcol  è dannoso per la salute umana, ma un consumo  moderato e consapevole di vino (per una persona sana) è positivo sia per il corpo che per la mente. Anche l’Unione Europea ha nel mirino il vino, oggetto di attenzione per quanto riguarda l’indicazione degli ingredienti in  etichetta, prodromo, secondo alcuni (ex il CEEV – Comité Européen des Enterprises Vins) di possibili azioni ostili come gli health-warnings, similmente a quelli a carico delle sigarette. Il già citato CEEV cerca di reagire a questi attacchi, ma per arginare il problema è necessario che si crei un ambiente, un modo di pensare  favorevole  al consumo consapevole di vino, che questo cioè diventi conventional wisdom; bisogna riuscire a dimostrare cioè che un mondo senza vino (come vorrebbero taluni) sarebbe peggiore di un mondo col vino. Penso che ci siano due strategie principali per raggiungere quell’obiettivo:  la prima è enfatizzare il ruolo culturale del vino, visto che condivide la storia di una parte dell’umanità da millenni e che è fortemente radicato  nel vissuto di molte nazioni. Il vino è un prodotto affascinante, non solo per l’aspetto edonistico del sorseggiarne un calice, ma anche per gli aspetti immateriali e le emozioni che suscita in chi lo degusta; è ricco di significati a volte contraddittori tra loro, come scienza ed arte, storia e leggenda, sacro e profano.  Gli aspetti salutistici  sono importanti, ma da considerarsi come effetti collaterali positivi e non come motivo principale per il suo consumo. Chi può avere dunque il coraggio di combattere un prodotto culturale?  La seconda è di connotare  il vino come campione della sostenibilità, e qui c’è ancora molto da fare, ma è uno stimolo per accelerare  questo percorso virtuoso (della sostenibilità). La viticoltura (da vino) è inoltre elemento di stabilità sociale (oltre che di tutela ambientale)  in zone difficili (forti pendenze, montagne, piccole isole, ecc.), di recupero di gruppi a forte disagio (comunità di  ex-tossicodipendenti, carcerati, ecc.). Se fatta in maniera sostenibile permette di aumentare la biodiversità (sia sopra suolo che sotto il suolo), con effetti benefici per tutta la biosfera,  di mitigare gli effetti negativi del cambio climatico. Infine  la bellezza di un paesaggio viticolo è appagante per un visitatore e questo rappresenta un bene immateriale di grande valenza, che va a nutrire lo spirito. Ma tornando agli aspetti tecnici, c’è ancora molto da fare per ridurre gli input, specialmente sul fronte della difesa fitosanitaria. Ci sono varie vie per ridurre l’impatto degli agrofarmaci (mantenendo un controllo efficace dei parassiti), come ad esempio il biocontrollo, l’utilizzo di atomizzatori a recupero, l’uso di modelli epidemiologici, l’utilizzo della viticoltura di precisione, tutti metodi però che richiedono interventi ripetuti. Un’altra strada è quella che ci permette di avere piante meno sensibili ai parassiti mediante  interventi  routinari (l’uso di induttori di resistenza),  o grazie al miglioramento genetico, oppure alla coltivazione della vite in  ambienti a bassa pressione fungina. Tra tutti, il miglioramenti genetico (incrocio intra- ed interspecifico e il genome editing)  è il metodo più potente, ma con alcuni problemi purtroppo ancora da risolvere.  La viticoltura (da vino)  è quindi “forzata” verso il percorso virtuoso della sostenibilità, se vuole continuare ad esistere, considerando che il vino non è essenziale nella  dieta. Se continuerà a rappresentare, però, un fatto culturale e diventerà un campione della sostenibilità non solo economica, ma anche ambientale e sociale il vino potrà ancora difendersi dagli attacchi di chi lo vuole osteggiare, potrà essere rispettato  e  liberamente disponibile per chi lo voglia  compagno  del vivere quotidiano. Vorrei terminare queste riflessioni con una citazione dal libro “Bevo, dunque sono- guida filosofica al vino”, di R. Scruton: “Io ho imparato da Michelangelo il pathos  dell’amore materno e la divinità della sofferenza; ho imparato da Mozart la speranza che trasforma la tristezza più cupa in gioia; ho imparato da Dostoevskij il perdono che purifica l’anima. Questi doni della comprensione mi sono stati dati dall’arte; ma quello che ho imparato dal vino è emerso dal mio intimo:  il vino è stato il catalizzatore, ma non la causa, di ciò che ho appreso”. Può un prodotto come questo essere considerato una semplice commodity o essere bandito?