L’importanza del nome del vitigno per salvaguardare l’originalità e la commercializzazione del vino italiano*

di Rosario Di Lorenzo

I vitigni “resistenti” rappresentano per la filiera vitivinicola  una delle novità più importanti degli ultimi anni, in quanto danno una risposta concreta  a molte delle problematiche poste dalla sempre maggiore esigenza di sostenibilità. Più di 120 varietà “resistenti”, sono iscritte nei Registri Nazionali delle Varietà di Vite dei diversi paesi Europei  e la superficie vitata  cresce a ritmi molto più rapidi di altre “nuove” varietà , non “resistenti”. Quest’anno il vivaismo viticolo italiano ha documentato una produzione di oltre 3,6 milioni di innesti –talea di varietà “ resistenti”  ( circa 600 ha di nuovi impianti) e l’Associazione dei Vivaisti Francesi ha dichiarato di non disporre per le varietà “resistenti” di sufficiente materiale vivaistico per soddisfare le richieste dei viticoltori.
Oggi  le varietà “resistenti” sono ibridi  interspecifici di Vitis Vinifera con altre specie del genere Vitis con profili genetici unici e ,pertanto, debbono avere un nome diverso da quello dei parentali.  La questione che deve affrontare il comparto vitivinicolo  è:  rendere obbligatorio  per le varietà “resistenti” l’uso di un nome di fantasia ( Soleri, Fleurtai, Solaris,… ) o consentire l’utilizzo del nome di un vitigno “tradizionale” con una aggiunta (Merlot Korus, Cabernet Volos, Sauvignon Kretos, …).
Ritengo che, in linea di principio, non sia possibile, né opportuno, né conveniente per l’Italia  vietare una delle due opzioni.
Il tema interessa tutta l’Europea e le posizioni dei diversi Paesi sono differenti e in rapida evoluzione. In Francia  una sentenza del Consiglio di Stato del 7 dicembre del 2018 ha annullato il divieto emanato dal Ministero di “etichettatura” delle varietà Cabernet blanc e Cabernet Cortis e gli esperti dell’Ufficio Comunitario delle Varietà Vegetali hanno affermato che la rivendicazione di un parentale “prestigioso” per la denominazione di una nuova varietà non può  essere negata.  Inoltre  la probabile  modifica della  normativa Europea che stabilisce che gli ibridi possano essere utilizzati solo per la produzione di vini IGT , ma non per i vini DOC e DOCG e  la possibilità di utilizzare in un prossimo futuro le NBT (News Breeding Technology) per l’ottenimento di varietà “ resistenti” certamente auspicabile, apriranno scenari diversi dagli attuali e comporteranno nuove e ulteriori riflessioni sulle procedure di classificazione e iscrizione delle varietà “resistenti”. Molteplici  sono  le richieste già formulate alla nuova Commissione Europea di riesaminare con posizioni più pragmatiche e aperte,  i dossier  relativi a entrambe le problematiche.
In Italia la questione del nome dei vitigni “resistenti” assume un rilievo particolare in relazione all’importanza e al valore che il comparto vitivinicolo italiano dà al nome del vitigno, anche se andrebbe auspicato che tale valore sia sempre più legato al binomio vitigno-territorio di coltivazione. Vietare l’uso di un nome che preveda una varietà tradizionale potrebbe sembrare la decisione più corretta per salvaguardare l’importanza del  nome del vitigno ma comporta il rischio di una  progressiva perdita di rilevanza in termini di superficie coltivata e di  produzione delle varietà tradizionali.  Per il comparto è più pericolosa la prospettiva di avere nel prossimo futuro grandi produzioni di  Soreli,  Fluertai, Solaris,…. o di Glera X, Nebbiolo Y, Aglianico Z, Grillo A? ; tipicità,  tradizione ,  storia, binomio vitigno-terittorio  si tutelano, si salvaguardano e si comunicano più facilmente impiantando Prior, Bronner o Johanniter,….  O Sangiovese XZ, Montepulciano B, Verdiccio XZ,….

Credo che la maggiore attenzione debba essere rivolta ad avviare programmi di miglioramento genetico ai fini della resistenza per il maggior numero di vitigni Italici e alle caratteristiche agronomiche e alla qualità enologica dei vitigni “resistenti”.  E’ importante ribadire  che l’iscrizione di una varietà “resistente” nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite deve avvenire solo se la “nuova” varietà oltre ai caratteri di resistenza presenta idonei caratteri produttivi in termini di quantità e di qualità .Probabilmente sarà necessario   adottare protocolli di valutazione e di iscrizione nel Registro nazionale   più stringenti che prevedano precise precauzioni e prescrizioni nel caso in cui si voglia utilizzare per una nuova varietà “ resistente” il nome di un vitigno “tradizionale”. La  possibilità di usare il nome  aggettivato di un vitigno “tradizionale”  potrebbe essere vincolata a precise condizioni:
- il vitigno “tradizionale” deve essere un parentale;
- la varietà “resistente”  deve presentare  caratteristiche agronomiche,  chimiche e organolettiche, riconducibili in modo certo e oggettivo al vitigno “tradizionale” riportato nel nome della nuova varietà “resistente”;
- la richiesta di iscrizione della varietà “resistente” deve essere avanzata per le stesse  aree di coltivazione e produzioni enologiche previste nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite, per il vitigno “tradizionale”.

Il Gruppo di Lavoro Permanente per la Protezione delle Piante istituito dal Ministero, e nello specifico la sezione Materiali di Moltiplicazione della Vite, dovrà assumersi la responsabilità di guidare il processo di diffusione dei vitigni resistenti,  compito svolto in Francia dall’Osservatorio Nazionale di Sviluppo dei Vitigni Resistenti (OsCaR) .  Bisognerà definire rigorosi protocolli tecnici-operativi per la valutazione delle varietà “resistenti” e stabilire precise norme ,anche diverse  in relazione al nome proposto per la loro iscrizione finalizzate ,comunque, a impedire l’instaurarsi di asimmetrie di  esigenze e interessi  tra  i diversi segmenti della filiera, a non consentire la coltivazione di vitigni “resistenti”  che non presentino elevate caratteristiche produttive e qualitative, a evitare di generare confusione nei consumatori tra vitigno “tradizionale” e quello” resistente”  e a tutelare, sempre e comunque, il valore del binomio vitigno-territorio  di coltivazione,  uno dei principali  punti di forza  del comparto vitivinicolo Italiano.

* Intervento fatto in occasione di una Tavola rotonda su "L'importanza del nome del vitigno per salvaguardare l'originalità e la commercializzazione del vino italiano." organizzata dall'Accademia italiana della Vite e del Vino, il 14 Dicembre 2019 a Conegliano, Treviso.