La produzione di alimenti primari

di Franco Scaramuzzi
La nostra agricoltura continua a perdere consistenza e considerazione, senza che nessuno manifesti preoccupazione. Neppure per come potremo assicurarci il futuro approvvigionamento degli essenziali prodotti alimentari primari. Sottovalutare l’agricoltura è un errore che stanno commettendo in molti, non solo chi crede (per condivisibile fede nella Provvidenza) che gli alimenti primari nascano come funghi e siano sempre disponibili sul mercato mondiale.
La forte crisi, non soltanto economico-finanziaria, che stiamo attraversando coinvolge l’agricoltura così come tutte le attività produttive per le quali si sta cercando di riavviare una “crescita” del reddito, puntando sulla innovazione e la competitività. Ma le disattenzioni e le discriminazioni nei confronti specifici dell’agricoltura risalgono ormai a diversi decenni e continuano a persistere. Richiedono quindi un esame più profondo, che consideri anche le sue cause ideologico-politiche.
Nessuno può ignorare che, di fronte al previsto forte aumento della popolazione mondiale e delle sue esigenze nei prossimi decenni, la FAO ha autorevolmente evidenziato la necessità di raddoppiare l’attuale complessiva produzione mondiale di alimenti entro il 2050. Tutti i Paesi, nessuno escluso, sono quindi chiamati a tutelare almeno la propria attuale superficie agraria disponibile e incrementarne le produzioni unitarie. Allo stesso tempo, devono sentirsi eticamente impegnati a ridurre le proprie non indispensabili importazioni alimentari dal mercato globale, oltretutto inaffidabile ed inquinato da speculazioni, già dimostratesi capaci di generare perniciosi “tsunami” finanziari.
Sembrano rimanere inascoltati gli autorevoli richiami già rivolti (anche al nostro Paese e alla Unione Europea), perché non si distragga l’attenzione dall’agricoltura e dalla sua indispensabile produttività.
Se le complessive disponibilità alimentari non venissero tempestivamente adeguate alle esigenze globali, cioè se l’agricoltura di tutti i Paesi non fosse messa in grado almeno di mantenere o, meglio, di incrementare le proprie produzioni primarie, potrebbero presto insorgere anche pericolose reazioni, quali le recenti rivolte popolari nate appunto per insufficienza di cibo nel nord Africa e sviluppatesi con la “primavera araba”.

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