La crisi del coronavirus sul comparto agricolo-alimentare

di Dario Casati

Viviamo giorni cupi, mentre procede inesorabile l’avanzata del coronavirus e il mondo intero sembra fermarsi chiudendosi in se stesso. Un’informazione martellante non giova alla comprensione di un fenomeno primordiale che colpisce una società che si riteneva al riparo da questo genere di eventi. Crescono anche le preoccupazioni per l ’economia che risente di questa colossale frenata. Cifre e previsioni si diffondono e si sovrappongono. Sarà una crisi diversa dall’ultima, in prevalenza finanziaria, mentre questa è reale, cioè nei fatti.
Occorre produrre materie prime agricole, trasformarle, distribuirle, tutte attività che non possono fermarsi. Per la ripartenza dell’economia, cessata l’azione del virus, serve agire sul comparto agricolo-alimentare.
Due questioni importanti per capire: a) quali sono o possono essere le conseguenze della pandemia sul comparto, b) come assicurargli una ripresa rapida, quando l’attenzione generale sarà concentrata sul resto dell’economia e della società e non su chi ci avrà traghettati vivi oltre la crisi.

L’economia mondiale in crisi
Le previsioni, ancora nei primi due mesi dell’anno, emettevano segnali negativi per un rallentamento diffuso in tutto il mondo. Ma la gelata di marzo ha peggiorato la situazione. Secondo il Fondo Monetario Internazionale  ai primi di marzo il Pil italiano 2020 era al ribasso da +0,5% a -0,6%.  La stima più recente di Prometeia ( fine marzo) indica un calo del Pil mondiale nel 2020 a -1,6%, perché la Cina nel secondo semestre potrebbe recuperare, e nel 2021 una risalita al 4,6%. Per l’Ue il calo 2020 è al - 5,1% e la rimonta  al 3,4%. Per l’Italia una caduta del -6,5% e una ripresa del 3,3%.  L’economia italiana, più debole delle altre della Ue e gravata dal peso di un gigantesco debito, sarà dunque ancora in coda, anche perché dovrà indebitarsi per far andare avanti il Paese ora e nel periodo della ripresa.

Dopo la pestilenza la carestia?
Nel primo mese si sono manifestati fenomeni inattesi, emotivi come l’assedio ai negozi alimentari, come in previsione di una carestia. È la sindrome dell’assalto ai forni citata dal Manzoni. I consumi alimentari sono aumentati molto nelle prime due settimane, per poi ripiegare nella terza e quarta ma rimangono superiori allo stesso periodo del 2019. Sale la spesa secondo GfK del 27,8% rispetto al 2019, mentre cala del 17% la frequenza di acquisto. I prodotti più richiesti, secondo Confagricoltura, sono riso (+33%), pasta (+25), scatolame (+29), derivati del pomodoro (+19%), sughi e salse (+15%).

Le ripercussioni sull’agricoltura
Il blocco degli esercizi pubblici è stato devastante per la riduzione della domanda. Caso limite il crollo del mercato del latte e dei derivati, in particolare mozzarella e formaggi freschi che causa una crisi con soluzioni drastiche, ma poco remunerative come  produzione di latte in polvere e uso energetico del siero. In calo, in parte compensato dalle vendite al dettaglio, i prodotti di IV gamma che salgono insieme a tutti i freschi confezionati.

Una crisi mondiale
L’offerta delle grandi commodity sino alla crisi superava la domanda, anche con il ricorso agli stock a livelli di sicurezza. La crisi rallenta gli scambi e quindi i consumi. Occorre valutare, nei paesi sviluppati, l’effetto del calo della manodopera estera, spesso irregolare, che è evidente in Italia per le orticole e anche in altri paesi Ue, compromettendo nei Paesi del centro nord il raccolto degli asparagi, dei pomodori di serra e meno delle orticole di pieno campo. In Italia e in Europa problemi vengono dall’andamento meteo, con un inverno mite e poi un brusco ritorno di freddo a fine marzo/inizi aprile.
Non dovrebbero prodursi  impatti quantitativi né sui prezzi. Finita la volatilità iniziale, rimarrebbero prezzi  deboli superiori di qualche punto % all’anno precedente.

Pensare ora al futuro
Il punto chiave è pensare alla ripresa disperatamente attesa. Le previsioni parlano di effetti positivi nel secondo semestre, tranne per la Cina che sembra anticipare il resto del mondo.
In Italia le fantasiose aspettative di questi giorni sul ritorno all’agricoltura hanno comunque influsso limitato sul Pil dato il peso del settore agricolo che non supera il 2%. Migliore il peso dell’alimentare sulle esportazioni al secondo posto dopo l’industria meccanica. Esse sono rese possibili da un consistente ricorso a importazioni, penso al grano duro per la pasta, all’olio d’oliva, e in genere ai prodotti zootecnici come latte, importiamo latte, semilavorati, formaggi, e carni con capi vivi e carni. Ma anche alimenti per il bestiame con un deficit che per la soia è del 92% e per il mais di cui eravamo autosufficienti ed ora con autosufficienza al 60%. 

Investire sull’ agricoltura per il bene del Paese
Il bene del Paese richiede un vasto piano di sviluppo e di incentivi per l’agricoltura  per far crescere la produttività grazie all’introduzione di innovazione che ora invece è frenata. Occorre ricorrere a  investimenti sfruttando i meccanismi finanziari europei. Ripensare la nuova Pac dopo l’inatteso ritorno al passato nella società, nell’economia e nelle vite degli europei. Avere il coraggio di sostenere il settore primario, anche per ragioni di sicurezza strategica. È giunto il momento di smettere di inseguire fumosi sogni di agricolture alternative figlie dell’anti-scienza o di miopi regole sulle pratiche agricole. Dobbiamo tornare a un’agricoltura sostenibile e avanzata, sorretta dal vero progresso scientifico. È così che aiuterà la ripresa e la tenuta, anche sociale, del Paese. Ad un’ Europa forte serve un’agricoltura forte.