L'ozono cattivo non muore mai

L'altro ozono, quello più cattivo, è quasi impossibile da fermare. La crisi climatica in corso, con l'aumento delle temperature e della siccità sta contribuendo in Europa alla crescita nell'aria dei livelli di ozono troposferico, che anziché ridursi come ipotizzato in passato stanno crescendo. Il risultato è che questo finisce per arrecare sempre più danni alla salute delle piante e a quella dell'uomo.
Ad analizzare gli effetti e i livelli dell' “ozono cattivo", quello troposferico legato al suolo terrestre (e dunque non quello del "buco" nella stratosfera), sono stati recentemente i fisici dell’Università Cattolica, Giacomo Gerosa e Angelo Finco, che in un articolo nella sezione "Climate Change" di Nature hanno descritto cosa sta accadendo nell'aria d'Europa.
Gerosa, da anni, su una torre alta 40 metri piazzata nel mezzo della pianura Padana, in un bosco dei pressi di Mantova, con il suo team porta avanti diversi progetti che monitorano proprio i livelli dello ozono troposferico.
"Lo chiamiamo l'ozono cattivo - racconta Gerosa a Repubblica - e fa più male alle piante che all'uomo. E' difficile individuare strategie per controllarlo perché bisogna controllare due precursori, composti organici volatili emessi da varie combustioni e dalle piante stesse e gli ossidi di azoto. Controllare questo inquinante secondario è complesso perché non viene emesso direttamente da un tubo di scappamento ma si forma in aria a partire da questi due precursori. Se riduco uno dei due, inoltre, non è detto che l'ozono si riesca a ridurre".
Grazie a un lavoro retrospettivo che ha combinato varie misure e modelli, i ricercatori sono riusciti a dimostrare come i cambiamenti climatici in Europa stiano contribuendo alla crescita di questi livelli e i conseguenti impatti dell’ozono sulla vegetazione e sul sistema climatico. L'insieme di misure che prende in esame la ricerca sono state fornite da un team di lavoro internazionale e condotte ad esempio nella foresta di Ulborg in Danimarca, mentre per la parte italiana dello studio nella foresta della riserva presidenziale di Castelporziano a Roma.
L'ozono al suolo è un forte ossidante che crea gravi danni alla vegetazione agricola (riduce i raccolti) e forestale e mette in difficoltà soprattutto le piante ma anche l'uomo, causando problemi respiratori, irritazioni oculari, cutanee e polmonari, soprattutto in chi è affetto da patologie pregresse di questo tipo.
"Osservando le piante - spiega Gerosa - possiamo comprendere la crescita dei livelli di questo ozono: più sono esposte, ai livelli meno zucchero producono e meno crescono. Se crescono meno fanno meno frutti, granella o per esempio farina da un campo di grano. Quindi in un Paese in via di sviluppo questo può portare a problemi di food security. Abbiamo fatto esperimenti che, per esempio, ci dicono che osservando una pianta di frumento in serra esposta all'ozono o altre esposte all'aria ambiente cresceranno diversamente: quella esposta all'ozono anche del 25% in meno. Inoltre, più ozono le piante ricevono e meno sono capaci di assorbire CO2".
Sebbene in Italia la situazione sia "leggermente migliorata rispetto a 10 anni fa",  le simulazioni modellistiche ci mostrano che la situazione è "destinata di nuovo a peggiorare, malgrado i nostri sforzi di riduzione delle emissioni dei precursori dell’ozono, a causa del riscaldamento in atto e alla recrudescenza degli eventi siccitosi", sostengono i ricercatori. Per trovare un sistema efficace che sia in grado di contenere questi livelli  "l'unico modo sarebbe ridurre entrambi i precursori, ma questo significherebbe dare un taglio a tutti i tipi di emissioni, combustioni o attività evolutive. E' tutto molto complesso. La nostra ricerca ci dice che le piante, che di solito ci aiutano a rimuovere questo inquinante gassoso dall'aria, quando fa troppo caldo sono meno in grado di rimuoverlo e quindi ne lasciano di più in aria e come conseguenza sperimentiamo maggiori picchi di ozono. Le piante assorbono l'ozono attraverso gli stomi ma possono smettere di farlo quando gli manca l'acqua. Senza acqua e con stomi chiusi, assorbono meno inquinanti", spiega Gerosa.
Dunque sarebbe necessario, per tentare di ridurre davvero questi livelli di ozono, rallentare drasticamente gli effetti del cambiamento climatico come la siccità "ma la mia sensazione è che sia difficile fronteggiare una ondata con il cucchiaino. La crisi climatica va avanti con passo deciso e l'unica cosa che possiamo fare è, a livello politico, adottare strategie per cercare di arginarne gli effetti che, in maniera indiretta, portano avanti conseguenze capaci di riflettersi anche sull'uomo creando problemi per esempio polmonari, oculari e di vario tipo. Forse, potremmo sfruttare il dopo pandemia per andare verso una economia davvero decarbonizzata: speriamo che questo evento traumatico ci sproni verso questa direzione. Ma ci vuole molta fiducia nel genere umano per crederlo", chiosa Gerosa.

da Repubblica.it, Scienze, 30/4/2020