L'economia della pandemia tra speculazioni e monopoli di Stato

di Dario Casati

Ancora non si sa quando finirà l’emergenza Covid-19 e quali saranno le conseguenze. L’incertezza  e la percezione di un ignoto che spaventa induce a subire  anche ciò che altrimenti sarebbe inaccettabile. Gli esempi non mancano, vediamone due: l’assalto a farina e pasta e  la vicenda delle mascherine.
Quando si profilava la chiusura quasi generalizzata di ogni attività, tranne di quelle necessarie a salute ed alimentazione, si verificò un vero e proprio “assalto” all’acquisto di alimentari. L’istinto di sopravvivenza riemergeva da un remoto passato e spingeva a un comportamento compulsivo nel ricordo del tempo di guerra. Significativamente la lotta al virus è definita enfaticamente “una guerra”. La paura della carestia, descritta da Manzoni in tutti i suoi effetti anche economici, spingeva a scegliere alimenti conservabili come farina, pasta, scatolame, zucchero, sale e l’ortofrutta meno deperibile. Nelle prime settimane roventi la spesa è salita del 28% per poi arretrare al 18%. Tantissimo in tempi normali, ma non abbastanza per compensare il crollo di domanda della ristorazione. Il cibo non è mai mancato, se non per ragioni logistiche, i prezzi sono saliti per i derivati del frumento, le conserve in scatola, mele, patate e carote. Il caso del frumento è stato enfatizzato, anche se l’effetto  su pane e pasta si è sentito poco. Il prezzo del grano tenero in poche settimane è tornato circa ai livelli precedenti, la farina stentava a comparire sugli scaffali per ragioni pratiche, mentre il duro, in salita già a fine 2019, ha proseguito il suo movimento che sembra essersi fermato nelle due prime settimane di maggio. Massimi sui 309-310 €/tonn., superiori agli ultimi due anni, ma inferiori a quelli precedenti. La produzione italiana di grano da tempo non soddisfa la domanda interna che si è rivolta alle importazioni condizionate oggi da problemi logistici dovuti anche ai blocchi degli scambi. La produzione mondiale, le previsioni sui raccolti dell’annata, la prevista debolezza della domanda post crisi e  le dimensioni rassicuranti degli stock hanno frenato le spinte al rialzo. Per il grano, dopo i primi sussulti  più emotivi che razionali,  prevalgono logiche di mercato e prezzi di poco superiori agli ultimi anni, ma inferiori ad esempio a quelli del 2015, in un clima di reazione composta.
Diverso è il caso dei prodotti per la difesa della salute: le famigerate mascherine e, in misura minore, i guanti monouso o i disinfettanti come l’Amuchina (quanta pubblicità gratuita per un prodotto glorioso e valido…). Le prime sono al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica morbosamente preoccupata. La nomina il 17 marzo di un Commissario straordinario  ad hoc non ha risolto il problema, almeno sino ad ora. Le mascherine, inizialmente sottovalutate, sono introvabili e spuntano prezzi che, pur in calo, sono fuori da ogni logica economica. L’attesa di quelle ordinate dal Commissario, che per ora non arrivano al pubblico, crea allarme. Il Commissario, in previsione di fenomeni speculativi,  ha imposto un prezzo massimo di vendita per il modello più economico ed applicabile a mascherine di qualsiasi provenienza. In pratica ha realizzato un improprio monopolio di offerta. Oltre alle mascherine di Stato, latitanti, anche quelle già in commercio avranno lo stesso prezzo, indipendentemente dalla provenienza e dal prezzo pagato da grossisti e rivenditori. Un provvedimento inedito e inconcepibile, anche nell’emergenza più acuta. All’ondata di reazioni negative il Commissario ha risposto prendendosela con “ i liberisti che emettono sentenze quotidiane da un divano con un cocktail in mano”. Risposta opinabile e non coerente con la natura della questione. Le conseguenze di questa  scelta sono quelle tipiche del monopolio: scomparsa del prodotto, come se già non scarseggiasse, formazione di un mercato parallelo con prezzi superiori, cioè della “borsa nera” paventata da genitori e nonni, comparsa di prodotti sostitutivi non sicuri o di livello inferiore. Il contrario di ciò che il Commissario dalla sua poltrona voleva evitare. Indiscrezioni di stampa in seguito ipotizzano una diversa articolazione dei prezzi con minimo e massimo per ogni tipo di mascherina: cambia l’approccio, non la sostanza.
Il monopolio  è  la forma di mercato più negativa. Alle conseguenze già indicate si somma  una distribuzione non omogenea. Lo stesso avverrebbe con le fasce di prezzo. Il monopolio, anche se pubblico, per essere realizzato richiede misure come un controllo totale dell’offerta spinto sino al razionamento del prodotto oltre all’imposizione del prezzo. Ha un limite perché può fissare o il prezzo o la quantità acquistata, ma non entrambe. La domanda infatti reagisce non acquistando un  prodotto giudicato troppo caro. Infine è in contrasto con l’obbligo dell’uso per ragioni sanitarie. Sarebbe più efficace immettere sul mercato al prezzo calmierato i milioni di mascherine di cui lo Stato dispone, lasciando che il prezzo si equilibrasse, come è accaduto col frumento senza Commissario o forse proprio per questo.
L’imposizione di un monopolio, anche se legale, insieme ad altre idee che circolano, fa temere la volontà di un anacronistico ritorno al passato. Delineano la rinascita dello statalismo con nazionalizzazioni, vincoli, controlli, giudici e gendarmi. Insomma, l’opposto di ciò che serve alla tanto auspicata ripresa. Avremo il grano come le mascherine nel nostro futuro? Meglio il contrario.