I vitigni ibridi resistenti alle malattie fungine: l’equivoco dei nomi continua

di Cesare Intrieri

Come ho già scritto in una nota pubblicata su questa rubrica nel maggio 2019 (http://www.georgofili.info/contenuti/risultato/12385), il problema dell’inquinamento ambientale legato alla coltura della vite è molto sentito in Europa, e la ricerca è ancora oggi prevalentemente orientata  a ridurre l’uso dei fitofarmaci attraverso la creazione di nuove varietà, ottenute da incroci tra la vite europea e varie specie di vite non europee, dotate di resistenza alle malattie fungine.
Questa linea di indagine, perseguita da varie Istituzioni sperimentali, ha portato nel 2015 all’iscrizione nel nostro registro varietale di 10 nuovi vitigni ibridi  da vino bianchi (B.) e neri (N.), ottenuti in Italia dall’Università di Udine con la collaborazione dell’Istituto di Genomica Applicata e dei Vivai Cooperativi Rauscedo. Tali vitigni hanno avuto origine da incroci tra viti americane ed asiatiche, a loro volta incrociati con  varietà di origine francese, ed è noto che mentre a tre di essi i Costitutori hanno attribuito nomi completamente nuovi (Fleurtai, B., Soreli, B. e Julius, N.), agli altri sono stati assegnati i nomi del genitore europeo, integrato da un aggettivo di fantasia  (Cabernet Eidos, N., Cabernet Volos, N., Merlot Kanthus, N., Merlot Khorus, N., Sauvignon Kretos, B., Sauvignon Nepis, B. e Sauvignon Rytos, B.).I vitigni  dell’Università di Udine stanno avendo una buona diffusione nelle regioni in cui sono ammessi alla coltura (Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige, Veneto e Lombardia), dove le loro qualità si stanno rivelando di ottimo livello anche sotto il profilo della gestione sanitaria, che richiede  solo 2-3 trattamenti annui per la difesa anticrittogamica contro i 12-15 necessari per le varietà di Vitis vinifera
Premesso quanto sopra, è evidente che in generale i  vitigni ibridi di ultima generazione, prodotti in Italia o in altri Paesi, possono essere un mezzo importante per rendere più sostenibile la viticoltura, ma per alcuni di essi non si può dimenticare il  problema legato alla denominazione, poiché utilizzare un vitigno derivato da ibridazione interspecifica che abbia il nome del genitore “noto” può  illudere i viticoltori che la varietà “resistente” sia identica a quella “originale”.
Il problema è molto presente in Francia perché, oltre a quelli italiani, molti ibridi prodotti nel Centro-Nord Europa (Svizzera, Austria, Germania ed Ungheria) hanno utilizzato nomi che richiamano i vitigni francesi usati nell’incrocio e tali  nomi, oltre a creare equivoci, “disturbano” l’immagine “tradizionale” della viticoltura d’oltralpe.
A riprova di ciò, non è un caso che  l’organismo intergovernativo OIV (Organisation International de la Vigne et du Vin), a cui nel mondo aderiscono 47 paesi produttori di uva, abbia recentemente inserito, su proposta francese,  la seguente frase nella risoluzione OIV-VITI 609/2019:“For new varieties, it is necessary to avoid the use of names that may lead to possible confusion with the name of other existing varieties, especially when these are already used in officially approved labels of existing commercial products” (letteralmente: “Per le nuove varietà, è necessario evitare l’uso di denominazioni che possono indurre possibili confusioni con il nome di altre varietà esistenti,  in particolare quando queste sono già utilizzate in etichette ufficialmente approvate di prodotti commerciali esistenti”).
L’intento dell’OIV è che la sua risoluzione venga tradotta in un regolamento della Unione Europea. Ciò potrebbe evitare che nei registri viticoli dei paesi UE vengano iscritte altre accessioni con il nome di un  genitore conosciuto. Del resto anche nella viticoltura del ‘900 i nostri centri di ricerca (Scuola Enologica di Conegliano e varie Università), così come quelli francesi dell’INRA (Bordeaux, Montpellier, Colmar ecc.), e quelli di Geisenheim e di Geilweilerhof  in Germania, hanno sempre adottato nomi di fantasia per i  vitigni da incrocio realizzati dopo l’invasione della fillossera e delle malattie fungine.
Per i vitigni derivati da ibridazione interspecifica i primi a non usare nomi di fantasia sono stati,  negli anni 2000, i ricercatori tedeschi del Centro di Friburgo, che ritennero opportuno battezzare col nome aggettivato del genitore europeo alcuni dei loro vitigni resistenti, ottenuti incrociando il Cabernet Franc e il Cabernet Sauvignon con ibridi complessi americani ed asiatici. La scelta di Friburgo condusse, nel 2003, alla iscrizione nel registro tedesco delle varietà Cabernet Carbon e Cabernet Cortis, il cui nome, secondo i Costitutori,  ne avrebbe agevolato il successo.
Considerazioni simili indussero l’Istituto Agrario di San Michele all’Adige (TN) a richiedere, nel 2013, che il Cabernet Carbon e il Cabernet Cortis fossero iscritti nel registro italiano. Si creò così, nel nostro catalogo, un precedente non trascurabile, poiché per la prima volta vennero omologate due varietà ibride che avevano come parte del nome quello del genitore “noto”. Questo ha spianato la strada ai vitigni resistenti dell’Università di Udine, che nel 2015, come già detto, sono stati iscritti nel registro nazionale.
Al di là del fatto che le accessioni italiane di ultima generazione  sono tutte dotate di buone caratteristiche agronomiche ed enologiche, è innegabile che al successo commerciale di alcune di esse ha certamente contribuito il nome aggettivato del genitore francese. Nella pratica viticola e nell’immaginario collettivo si accredita infatti, più spesso di quanto si creda, la convinzione che tali varietà siano simili  a quelle da cui hanno preso il nome, con in più le caratteristiche di resistenza.
Si consolida quindi l’equivoco di ritenere che alcune varietà resistenti siano ”cloni” di alcuni importanti vitigni europei, e per quanto molti tecnici e molti attori delle filiere vitivinicole nazionali ed internazionali (ad es. l’OIV) abbiano avvertito il rischio di tale equivoco, la situazione non accenna a cambiare. Prova ne sia che nel marzo 2020 il  “Gruppo di lavoro permanente per la protezione delle piante” del Mipaaf , che ha sostituito il vecchio “Comitato per la classificazione delle varietà di vite”, ha approvato la richiesta di iscrizione al nostro registro di altri quattro vitigni ibridi resistenti che hanno il nome aggettivato del genitore  “nobile”: il Cabernet Blanc, B., già iscritto nel registro tedesco e richiesto dalla Cooperativa Vitis-Rauscedo; il Pinot Regina, N. , di origine ungherese, richiesto dal Consorzio Innovazione Vite del Trentino; il Pinot Iskra, B. e il Pinot Kors, N. , ambedue ottenuti dall’Università di Udine.
 Queste accessioni derivano anch’esse da incroci con le varietà francesi da cui hanno preso il nome, e quindi rappresentano un ulteriore “disturbo” per la viticoltura d’oltralpe, ma, come ho già affermato in altra occasione,  non sembrano arrecare danni alla viticoltura italiana, la cui notorietà non è legata ai vitigni francesi. Tuttavia l’iscrizione di tali ibridi  nel registro nazionale consolida una prassi che avrà certamente un seguito e che in un futuro potrebbe creare problemi ai nostri più importanti vitigni.
E’ infatti opportuno ricordare che in diversi centri di ricerca del nostro paese sono ormai in dirittura di arrivo altre accessioni resistenti, ottenute incrociando ibridi complessi americani ed asiatici con alcuni dei più noti vitigni  italiani (Glera, Friulano, Lambruschi, Trebbiani, Sangiovese, Montepulciano, Aglianico, Primitivo, Nero d’Avola, ecc.), che sono ormai considerati “autoctoni” in quanto coltivati da tempi immemorabili in specifici territori.
 E’ evidente che tutto ciò che viene fatto per ridurre l’impatto della viticoltura sull’ambiente  è particolarmente  apprezzabile, ma ci si può chiedere come verranno battezzate  queste nuove varietà ibride, per le quali  sembra già esistere  una notevole spinta commerciale verso nomi che richiamino i loro genitori “italici”.  Se questo avverrà, i nuovi vitigni resistenti troveranno nella denominazione un forte appiglio psicologico e la loro sostenibilità ambientale ne favorirà l’impiego in molti ambienti diversi, magari anche fuori dall’Italia,  rischiando così di offuscare l’identità territoriale legata ai loro nomi.
Vi è poi l’importante problematica, di cui del resto si è già parlato, relativa al fatto che i vitigni ibridi possano essere scambiati per “cloni” dei genitori europei invece che essere identificati come nuove varietà. Aquesto proposito non si deve dimenticare che accanto al miglioramento genetico per incrocio, la ricerca viticola nazionale e internazionale sta utilizzando dal 2014 le rivoluzionarie tecniche del “Genoma Editing” per ampliare la variabilità intra-cultivar delle più importanti varietà di Vitis vinifera. E’ di questi giorni la notizia che i Ricercatori del CREA-VE (Centro Ricerca Viticoltura Enologia) sono riusciti a rigenerare embrioni somatici nel vitigno “Glera” (l’ex Prosecco),  facendo così un passo fondamentale per ottenere in tale vitigno  mutazioni “mirate” che lo rendano tollerante o resistente all’oidio e alla peronospora; risultati simili saranno certamente ottenuti in  tempi brevi anche per altri vitigni.
 L’aspetto fondamentale delle tecniche del Genoma Editing è che il loro impiego permetterà di indurre le mutazioni direttamente  nel patrimonio genetico di una pianta senza modificare nessuna delle altre caratteristiche. La pianta mutata, che non sarà un OGM, si configurerà quindi come un “vero” clone, e come tale dovrà mantenere il nome della varietà con l’aggiunta di una sigla o di un aggettivo specifico.
La questione non è da poco: se nel giro di alcuni anni saranno disponibili biotipi di Vitis vinifera  resistenti alle malattie fungine ottenuti col Genoma Editing, quali ad es. un “clone” di Glera o un “clone” di Sangiovese  (che a buon diritto potrebbero essere chiamati “Glera resistente” e “Sangiovese resistente”), e se nello stesso tempo fossero già  state omologata una o più “varietà” ibride con caratteri di resistenza, ottenute per incrocio dai genitori “italici” e battezzate  con i loro nomi aggettivati ( ad es.“Glera XYZ” e “Sangiovese YX”), la confusione tra le diverse accessioni e soprattutto tra  “cloni” e “varietà” sarà ancora maggiore. Ma allora sarà troppo tardi, e solo quando tutti i nodi saranno venuti al pettine  le comunità scientifiche e tecniche internazionali cercheranno di trovare una soluzione condivisa.