I pesticidi neonicotinoidi minacciano le api pur non essendo più utilizzati

L'effetto deleterio dei pesticidi "killer di api" non si fermerà con il loro ritiro dal mercato. Gli ormai famosi neonicotinoidi persistono infatti nell'ambiente e impregnano le colture non trattate, molti anni dopo essere stato vietati, a livelli che rimangono pericolosi per le api e gli impollinatori selvatici – a volte a concentrazioni decine di volte superiori a quelle delle colture trattate. Sono queste le conclusioni salienti di uno studio francese che sarà pubblicato giovedì 28 novembre sulla rivista Science of the Total Environment.
Risultati che sono in linea con le pubblicazioni che mostrano la dispersione e la persistenza nell'ambiente dei neonicotinoidi e che sono particolarmente importanti alla luce dei recenti lavori che indicano un collasso accelerato delle popolazioni di insetti nelle campagne dei paesi del Nord. (…)
Il rischio è reale? Gli autori rispondono affermativamente. Dopo aver utilizzato un modello che simula il rischio di mortalità per tre tipi di api (api domestiche, bombi e api solitarie), stimano che nei due anni peggiori – 2014 e 2016 – il 12% degli appezzamenti fosse sufficientemente contaminato da uccidere il 50% delle api da miele che vi si fossero avventurate. Fino al 20% dei campi porta alla morte di metà dei bombi che vi bottinano. Negli stessi due anni, circa il 10% degli appezzamenti presenta un rischio simile per le api solitarie.
Il modello tiene conto solo della mortalità indotta dal prodotto puro e non degli effetti di possibili sinergie con agenti patogeni naturali o altri pesticidi presenti nell'appezzamento. Né valuta gli effetti subletali, cioè non direttamente mortali, che possono verificarsi in alcuni impollinatori con un consumo regolare di nettare o polline contaminato a 0,1 ppb (più di 400 volte in meno rispetto alle concentrazioni più elevate riscontrate dai ricercatori francesi). Questi effetti possono influenzare la fertilità, l'immunità o le capacità di orientamento degli individui e quindi erodere, anno dopo anno, le popolazioni di impollinatori.
I ricercatori francesi hanno constatato, inoltre, che gli anni piovosi coincidono con l'entità della contaminazione degli appezzamenti. "È plausibile che queste sostanze, che sono solubili in acqua, vengano nuovamente smosse in caso di forti piogge e ridistribuite su terreni che non sono stati necessariamente trattati l'anno precedente”.

Da: “Le Monde”, in Agrapress Rassegna Stampa Estera, 5/12/2019