Gli sforzi della ricerca per mitigare l’impatto degli allevamenti sul clima

di Carolina Pugliese

Ultimamente sono state pubblicate su questo notiziario diverse note sull’impatto degli allevamenti sul clima. Ultima quella del Prof Tredici che fa un’analisi articolata e documentata dell’impatto della zootecnia sui cambiamenti climatici e, in definitiva, sulla qualità della vita. (Si veda: http://www.georgofili.info/contenuti/risultato/14722 e http://www.georgofili.info/contenuti/risultato/14735).
Come non dare ragione a chi sostiene che l’allevamento animale ha negli ultimi decenni contribuito, in modo diretto e indiretto, all’incremento della produzione di gas serra con tutte le conseguenze negative che questo comporta. Secondo le statistiche più diffuse, l’agricoltura è responsabile del 24% delle emissioni di gas serra a livello globale, di queste l’allevamento dei ruminanti lo è per quasi due terzi (http://www.fao.org/3/a-i6340e.pdf). Però le statistiche, a seconda delle fonti, su questo argomento riportano i dati più disparati. E si sa, le statistiche sono soggette ad interpretazione; secondo un diffuso aneddoto, se il 30% degli incidenti stradali è dovuto all’uso di alcol vuol dire il 70 % è causato da guidatori sobri, quindi meglio bere prima di mettersi alla guida.
Facezie a parte, occupandomi di zootecnia ormai da diversi anni mi viene naturale prendere le difese del settore, magari citando le argomentazioni di chi nega questo impatto negativo, ma argomentare con numeri e percentuali è una battaglia poco costruttiva. I dati statistici hanno il pregio della sintesi, ma possono essere usati - in modo inoppugnabile - sia per sostenere che per controbattere una tesi.
Quindi nessun dato riportato dalle note pubblicate su questo argomento è contestabile, e sono d’accordo quando si dice che per risolvere, o attenuare il problema, bisognerebbe mangiare meno carne e seguire modelli di allevamento più sostenibili e rispettosi dell’ambiente. A questo proposito consiglio la lettura di un’interessante e recente rassegna di Tullo et al, (2019), che tra le strategie di mitigazione dell’impatto che la zootecnia ha sul clima, riporta quanto affermato da Kaufmann (2015) secondo cui le soluzioni possibili sono riconducibili, molto sinteticamente a: 1) miglioramento dell’efficienza delle produzioni; 2) innovazione nella gestione dell’allevamento e della produzione del letame (Zootecnia di Precisone); diminuzione della domanda di prodotti animali (Herrero et al., 2016). Quest’ultimo punto, sicuramente condivisibile, sembra però non compatibile con l’innegabile aumento globale di “fame” di proteine animali (Rojas-Downing et al., 2017) e che avrebbe, eventualmente, risultati a lungo, lunghissimo termine.
Quindi perché non concentrarsi sui primi due punti, per centrare i quali l’approccio olistico non può essere messo in discussione. Per raggiungere i due primi ambiziosi obiettivi gli sforzi della scienza in agricoltura (e di tutti gli scienziati coinvolti) devono convergere verso il comune scopo di rendere questo comparto tecnologicamente avanzato e sempre meno impattante.
Il settore zootecnico, tra i vari comparti agricoli, si trova oggi ad affrontare la sfida più ardua se è vero, come è vero, che la riduzione delle emissioni passa inevitabilmente attraverso una maggiore efficienza produttiva. Come riportato da Gerber et al. (2013), una vacca da latte che produce 40 kg di latte/giorno emette una quantità di CO2 equivalente per kg di proteine commestibili inferiore di circa il 50% rispetto a una vacca che produce 10 kg/giorno. Allo stesso modo, le emissioni sarebbero inferiori del 70% in bovini che hanno un incremento medio giornaliero di 1,5 kg rispetto a bovini che crescono 1 kg al giorno. Senza entrare nei tecnicismi e senza voler fare l’apologia del sistema intensivo, (è ormai assodato che in termini di CO2 eq/per unità di prodotto, questo risulta essere il sistema meno impattante), la sfida più importante è quella di coniugare efficienza e sostenibilità. Produrre di più per produrre meglio. È inutile quindi combattere battaglie in cui tutti ne uscirebbero perdenti.  Siamo in un’era in cui certe direzioni sono ormai tracciate, il progresso e la scienza hanno fatto passi da gigante, e indietro non si può e non si deve tornare. Il settore dei trasporti e dell’energia questo lo hanno capito, e gli investimenti sulla sostenibilità dei loro comparti sono ingenti. Non foss’altro perché questo si traduce in un notevole ritorno economico. Che ci piaccia o no le politiche ambientali si traducono in azioni concrete da parte dei settori coinvolti solo quando vi è la convenienza a farlo. E quindi ben vengano le azioni di sensibilizzazione se queste portano ad una presa di coscienza e a un cambiamento di rotta.
In agricoltura, e in zootecnia, molto si sta facendo e questo meriterebbe una maggiore visibilità. Gli sforzi da parte del mondo della ricerca sono enormi e la direzione, anche in questo caso è tracciata. Nella sezione di Scienze Animali del DAGRI dell’Università di Firenze si stanno portando avanti - tra gli altri - progetti sulla razionalizzazione dei pascoli e sull’impiego di strumenti di precisone per monitorare il benessere degli animali, sull’adozione di razioni rispondenti ai fabbisogni reali dei suini per diminuire i residui - azotati in particolare - nelle deiezioni, sullo studio della fisiologia ruminale per diminuire le emissioni di metano.
Certo, molto resta ancora da fare, ma per farlo è necessario il sostegno, l’appoggio e la collaborazione di tutti.