Gli insetti nella Divina Commedia

di Santi Longo

La Divina Commedia, è popolata da personaggi reali e mitologici sui quali Dante esprime, o sottintende, giudizi di assoluzione o di condanna, assegnando loro una determinata collocazione. In tale contesto i numerosi riferimenti agli animali assumono, soprattutto, la forma della similitudine, e sono la testimonianza delle conoscenze zoologiche del Poeta. Famose sono le tre fiere: lonza, leone e lupa, che lo intimoriscono prima di intraprendere il fantastico viaggio. Meno noti sono altri mammiferi, dall’Agnel del V canto del Paradiso, alla Zebe (capra) del XXXII canto dell’Inferno, includendo: balene, cani, castori, daini, elefanti, gatti, lepri, lupi, maiali, orsi, pecore, pipistrelli, talpe, topi, e volpi. Numerosi sono gli uccelli, i rettili, i pesci e gli artropodi; fra quest’ultimi oltre allo scorpion, cui somiglia la coda di Gerione, sono citati alcuni insetti: api, farfalle, formiche, locuste lucciole, mosche, mosconi, pulci, tafani, vermi, vespe e zanzare. Come è noto il Poeta morì a causa della malaria trasmessa da una zanzara.
Le api erano rappresentate in quasi tutti i “Bestiari” medievali, quale modello di organizzazione sociale, di purezza e di laboriosità e sono citate nelle tre cantiche del poema. Nel XVI canto dell’Inferno Dante e Virgilio, procedendo per il terzo girone sul dosso dell’argine sentono in lontananza il rumore del fiume, che si precipita nell’ottavo cerchio, da loro percepito come il ronzio di un alveare.: “Già era in loco ove s’udia il rimbombo / dell’acqua che cadea nell’altro giro,/ simile a quel che l’arnie fanno rombo”. La licenza poetica consente a Dante di indicare come rombo, il ronzio delle api entro l’alveare, e quest’ultimo come arnia (ricovero vuoto, entro il quale l’apicoltore pone le api, costituendo così l’alveare). Ancora le api vengono citate nel Purgatorio, Canto XVIII, 55-63, nel quale Virgilio, con una metafora, spiega a Dante l’amore e il libero arbitrio: “Però, là onde vegna lo ‘ntelletto/ de le prime notizie, omo non sape,/ e de’ primi appetibili l’affetto,/ che sono in voi sì come studio in ape/ di far lo mele; e questa prima voglia/ merto di lode o di biasmo non cape./ Or perché a questa ogn’altra si raccoglia,/ innata v’è la virtù che consiglia,/ e de l’assenso de’ tener la soglia”. Nel canto XXXI del Paradiso, il Poeta descrive il tripudio degli angeli, presenti nella Candida Rosa (luogo dove risiedono i beati ), con una metafora apistica, ricca di movimento e di meraviglia: “In forma dunque di candida rosa/  mi si mostrava la milizia santa/ che nel suo sangue Cristo fece sposa,/ ma l’altra, che volando vede e canta/ la gloria di colui che la ’nnamora/ e la bontà che la fece cotanta/ Sì come schiera d’api che s’infiora/ una fiata e una si ritorna là dove il suo laboro s’insapora./nel gran fior discendeva che s’addorna /di tante foglie, e quindi risaliva/ là dove ’l süo amor sempre soggiorna”.
La metamorfosi dei bruchi (vermi) in farfalle, è l’allocuzione che Dante utilizza, incontrando le anime dei superbi, nel X canto del Purgatorio, per stigmatizzare la superbia dei miseri cristiani: “O superbi cristian, miseri lassi,/ che, de la vista de la mente infermi,/ fidanza avete ne' retrosi passi,/ non v'accorgete voi che noi siam vermi/ nati a formar l'angelica farfalla,/ che vola a la giustizia sanza schermi?”.
Nel canto XXIX dell’Inferno, il Poeta, per descrivere l’orrore e lo scoramento che prova scendendo lungo l’argine che divide l’ottavo cerchio, denominato Malebolge, dal pozzo dei giganti, ricorre alla similitudine con quelli provocati dalla pestilenza, scatenata dalla gelosia di Giunone, nell’ isola di Egina, che causò la morte di tutti gli uomini e gli animali. L’isola, per intercessione del re Eaco, venne ripopolata da Giove che trasformò le formiche in uomini: i mirmidoni sudditi di Achille: “si ristorar di seme di formiche”. Nel canto XXVI del Purgatorio, il comportamento delle formiche che si tastano con le antenne e le mandibole, viene assimilato a quello delle anime dei lussuriosi che, incontrandosi, si festeggiano e si baciano: “Così per entro la schiera bruna/ s’annusa l’una con l’altra la formica/ forse ad espiar lor via e la fortuna”. Tale comportamento che non ha nulla di perverso, consente alle formiche di scambiarsi informazioni per mezzo di specifici messaggeri chimici (feromoni di riconoscimento).
Il miele e le locuste vengono citate nel canto XXII del Purgatorio dove, nel VI Cerchio: il prodigo Stazio, Virgilio e Dante, odono dall’interno di un albero, una voce che, fra gli esempi di temperanza, cita i digiuni di Giovanni Battista: “Mèle e locuste furon le vivande,/ che nudriro il Battista nel diserto”. Con il termine locusta venivano indicati anche i frutti del Carrubo dei quali, secondo alcuni, si sarebbe nutrito il, Battista.
La coda che il drago, identificato con il Demonio o con Maometto, conficca nel carro che simboleggia la Chiesa, somiglia al pungiglione retraibile di una vespa, citata nel Canto XXXII del Purgatorio: “E, come vespa che ritragga l’ago, / a sé. Traendo la coda maligna/ trasse dal fondo e gissen vago vago.”
Nel Canto III dell’Inferno, Dante e Virgilio, entrando nell’Antinferno, incontrano gli ignavi fra i quali il Poeta colloca il papa rinunciatario Celestino V: “Questi sciagurati, che mai non fur vivi,/ erano ignudi, stimolati molto/ da mosconi e da vespe che eran ivi./ Elle rigavan lor di sangue il volto,/ che mischiate di lacrime, à lor piedi/ da fastidiosi vermi era ricolto”. Al tempo di Dante mosconi, vermi e vespe erano veri flagelli, anche a causa della promiscuità con gli animali domestici, e delle precarie condizioni igieniche.
Nel Canto XVII dell’Inferno, Dante descrive il gigante mitologico Gerione come un mostro infernale con la testa umana e il corpo di serpente alato, o di drago con la coda da scorpione: “Nel vano tutta sua coda guizzava,/ torcendo in su la velenosa forca/ che, a guisa di scorpion”, Quindi, sull’orlo estremo dell’VIII cerchio, dove sono puniti i violenti contro Dio, il Poeta vede gli usurai che piangono per il dolore e con le mani si riparano dalle fiamme e dalla sabbia, come fanno d’estate i cani col muso e le zampe per allontanare pulci, mosche e tafani: “non altrimenti fan state i cani,/ or col ceffo, or col piè quando son morsi/ o da pulci o da mosche o da tafani”.
Nel XXVI Canto dell’Inferno, il Poeta raffigura l’alternanza fra il giorno e la notte con l’avvicendarsi fra le diurne mosche e le zanzare, attive nel buio della notte, durante la quale il contadino vede la luce di innumerevoli lucciole; Tali coleotteri, vengono paragonati alle fiammelle presenti sul fondo dell’VIII bolgia infernale: “Quante il villan, ch’al poggio riposa,/ nel tempo che colui che il mondo schiara/ la faccia sua a noi tien meno ascosa,/ come la mosca cede alla zanzara,/v ede le lucciole giù per la vallea,/ …di tante fiamme tutta risplendea l’ottava bolgia”….
Anche tralasciando le altre numerose specie del Bestiario dantesco, il genio del Poeta emerge dalle poetiche similitudini create citando, una dozzina di insetti, negli immortali versi della Divina Commedia.