Efficienza e sostenibilità dell’oliveto in prospettiva storica

di Gianpiero Colomba

La gestione dell’oliveto, sempre più antropizzata, si è mossa lungo due modelli che semplifichiamo così: quello di basso livello, supportato dai soli input naturali di azoto (per esempio la pioggia) e quello sempre più intensivo che ha avuto ed ha nell’attualità, dei limiti di sostenibilità.
In una recente ricerca che si riferisce al territorio della provincia di Lecce [1]  , si sono stimati in varie epoche gli OUTPUT (produzione di olive, legna, ecc.) e gli INPUT energetici applicati all’oliveto (lavoro umano e animale, concimi, fertilizzanti, macchinari, ecc.). Il rapporto tra i due valori, tradotti previamente in unità energetica, ci fornisce un quadro relativo all’evoluzione dell’efficienza energetica nella gestione dell’oliveto.
Il livello produttivo nel Salento pugliese intorno al 1750 si attestava, mediamente, intorno ai 10 quintali per ettaro di olive. Intorno al 1930, quasi due secoli dopo e in piena epoca pre-industriale, la produttività era pressoché la stessa ma era diminuita, se rapportata ai livelli produttivi della seconda metà dell’Ottocento (media di 13,5 q/et nel decennio 1875/85). L’oliveto, quindi, per soddisfare la sua vocazione “industriale”, giustificata dai sorprendenti livelli di esportazione di olio, richiedeva un livello intensivo di gestione già in epoca di agricoltura organica. La rivoluzione verde, poi, con l’aumento della meccanizzazione e con l’ausilio dei fertilizzanti di sintesi, permise un esponenziale aumento delle rese agrarie, raggiungendo nell’attualità una produzione pari a circa 34 q/et. Nel lungo periodo, la produzione di legna a seguito delle potature, ebbe un andamento parallelo a quello della produzione di olive, tranne che a fine Ottocento e inizi Novecento quando aumentò il fabbisogno di legna a scopo energetico. La produzione di biomassa relativa alla copertura vegetale intercalare, spontanea o coltivata, è invece progressivamente e sensibilmente diminuita.

Per quanto riguarda gli INPUT si è calcolato che intorno al 1750 si impiegavano, mediamente, 368 ore/ettaro/anno (equivalenti a circa 0,5 GJ) di lavoro umano per lavorare la terra (questo lavoro spesso includeva il sovescio fatto a zappa) e occorrevano circa 27 ore per arare con una coppia di buoi (circa 4 GJ). Nell’attualità è calato sensibilmente il dispendio energetico relativo al lavoro manuale, ma al contempo una gran quantità di energia viene applicata con la fertilizzazione (l’equivalente di ben 12 GJ) e con la meccanizzazione.
L’ERoEI (Energy Returned on Energy Invested), coefficiente che ci indica la convenienza in termini di resa energetica, è passato da 6,6 (1750) a 4,7 (1930) e quindi a 2,6 (attualità). L’elaborazione dei dati ci dice quindi che vi è stato un processo continuo di perdita di efficienza, dal Settecento fino ai giorni nostri. Questo significa che le produzioni, seppur indiscutibilmente in crescita così come enunciato, sono aumentate a un ritmo inferiore rispetto agli INPUT esterni.

[1] Colomba Gianpiero, Transición socio-ecológica del olivar en el largo plazo. Un estudio comparado entre el sur de Italia y el sur de España. (1750-2010), tesi dottorale, UPO Siviglia, 2017.