Della Scienza e dell’Utopia

di Luigi Bodria

Benché il termine sia apparso solo in epoca moderna, il tema dell’utopia è ricorrente nella storia del pensiero dell’uomo. Nasce già nell’antichità classica con le terre dei Feaci, la mitologica età dell’oro, ecc., per svilupparsi poi negli scritti a carattere utopico-religioso di Teopompo, Zenone, Evemero, Ecateo, fino alla famosissima utopia politico-filosofica delineata da Platone nella “Repubblica”.
Tema ricorrente nella storia del pensiero, il termine utopia viene coniato da Tommaso Moro nel 1516 per  indicare un assetto sociale, politico, religioso che non trova riscontro nella realtà ma che viene proposto come ideale e come modello. Essa assume dunque un duplice connotazione: una fortemente limitativa di ideale astratto non realizzabile e una seconda accezione positiva di forza critica verso situazioni esistenti e di pulsione verso forme di rinnovamento.
Le utopie tendono progressivamente ad assumere un sempre maggiore significato sociale e, con il delinearsi delle prime lotte di classe del XIX secolo, danno luogo alle utopie socialiste moderne, propugnatrici di una nuova ripartizione egualitaria dei beni che troverà pratica realizzazione nell’Unione delle Repubbliche Socialista Sovietiche. Come il sogno di una ideale società di uguali si sia tramutato in incubo è storia di oggi.
Ecco, quindi, che la storia ci insegna con ineludibile evidenza che la nobile spinta verso un modello ideale non può prescindere da una approfondita e completa analisi della sua realizzabilità.
Purtroppo, però, anche gli scienziati sono uomini e, come tali, sono soggetti al fenomeno della “memoria selettiva”: quando i ricordi sono in linea con i nostri più profondi convincimenti sono immagazzinati molto saldamente nella mente mentre, al contrario, quelli  di segno opposto tendono a sbiadire e ad essere dimenticati con facilità.
Il  condizionamento selettivo, però, non riguarda soltanto la memoria, coinvolge in profondità la nostra mente e le sue facoltà di analisi e comprensione. Non molto tempo fa ebbi a sottoporre all’attenzione di un nutrito gruppo di illustri colleghi Accademici un documento; moltissimi si espressero favorevolmente, ma alcuni si  espressero criticamente: le riserve avanzate si caratterizzavano per essere basate su considerazioni tra loro esattamente opposte, a evidente dimostrazione di come anche tra le fasce intellettualmente e culturalmente più qualificate l’ interpretazione del medesimo testo varia drasticamente in funzione dei convincimenti personali del lettore.
E’ evidente, quindi, che anche nel confronto dialettico fra scienziati, che è caratteristica specifica e fondamentale della crescita dei nostri saperi, è importante mantenere grande lucidità ed equilibrio per evitare i condizionamenti della realtà che circonda.
Ciò è di particolar importanza oggi, in questo opulento pezzetto di umanità – il più protetto, longevo, meglio nutrito e curato che abbia mai calcato la faccia della terra - nel quale l’agricoltura ha perso il suo ruolo di settore “primario”, la sua funzione di fattore essenziale alla sopravvivenza dell’uomo,  per diventare un fatto prevalentemente edonistico con un’accurata liturgia celebrata  da nuovi “maître à penser” e da grandi chef. E’ così che gli agricoltori vengono guardati con sospetto, l’allevamento animale spesso criminalizzato, mentre forti tendenze antiscientifiche si diffondono nella società e guaritori, no-vax, negazionisti, ecc. trovano crescente spazio nei media.
In questo particolare momento che vede modificarsi i valori fondanti che per millenni hanno regolato e scandito lo sviluppo della nostra società e in cui la nuova emergenza climatica-ambientale si sta manifestando in tutta la sua drammaticità, una nuova utopia si sta diffondendo con crescente credito e successo.
Così come le utopie socialiste dei secoli scorsi hanno sognato di eliminare le differenze di classe con la comunanza dei beni, la nuova “utopia ambientale” vede in un ritorno a un’agricoltura naturale, che rinuncia all’uso di prodotti chimici per tornare alle tecniche di produzione organica degli inizi del secolo scorso, la semplicistica ricetta in grado di salvaguardare le risorse del pianeta e, al contempo, garantire la sicurezza alimentare dei 10 miliardi di persone che abiteranno il pianeta tra pochi decenni.
Il fascino dell’utopia ha facilmente sedotto le menti più attente e sensibili alle tematiche dell’ambiente, trovando enorme credito nel pensiero corrente, nei media e, conseguentemente, nella politica, nonché il supporto di una frangia minoritaria, ma fortemente ideologizzata, di ricercatori, convinti fautori di un generalizzato ritorno all’agricoltura “biologica e biodinamica”.
Ma è ingenuo lanciarsi nella realizzazione di un modello ideale senza una approfondita e completa analisi della sua realizzabilità e la storia insegna che problemi estremamente complessi non hanno mai soluzioni semplici. Tuttavia la memoria selettiva offusca ciò che contrasta con i nostri sogni e un DDL sull’agricoltura biologica è oggi in discussione al Senato.
La comunità scientifica nazionale ha immediatamente colto l’insensatezza di un generalizzato ritorno a tecniche agronomiche del passato, rilevando come il DDL privilegi ingiustificatamente l’agricoltura biologica rispetto a ogni altra forma di agricoltura, segnalando ai legislatori diversi aspetti preoccupanti per quanto riguarda lo sviluppo competitivo della nostra agricoltura, l’insegnamento universitario e la ricerca scientifica contenuti nel Disegno di Legge.
Le linee guida dell’agricoltura italiana negli anni a venire non possono dimenticare che:
    • è l’agricoltura stessa la prima forma di violenza dell’uomo sulla biodiversità che in 10.000 anni ha portato alla deforestazione di oltre il 70% del pianeta;
    • è la dose che fa il veleno, se l’agricoltura è la “malattia”, la chimica, che ha creato i farmaci che ci hanno salvato da malattie un tempo incurabili, non è il “veleno” ma la “medicina” che aumenta le rese unitarie salvando la biodiversità;
    • la FAO stima che la produzione alimentare del pianeta dovrà aumentare del 70% nei prossimi trent’anni possibilmente senza ulteriori riduzioni di biodiversità;
    • i prodotti della nostra agricoltura sono tutti ugualmente sani e sicuri, come è evidente dal fatto che l’Italia è uno dei paesi con la più alta aspettativa di vita;
    • l’impatto ambientale delle colture biologiche è spesso superiore a quelle delle colture tradizionali (le  emissioni di CO2 per tonnellata sono tre volte maggiori nel biologico rispetto al convenzionale nel caso del riso);
    • è inaccettabile l’equiparazione tra agricoltura “biologica” e “biodinamica” essendo scienza antica la prima e la seconda basata su “preparati” ottenuti con rituali esoterici e privi di qualsiasi riscontro scientifico delle loro caratteristiche;
    • l’agricoltura è una sola e in essa le diverse pratiche agricole basate sulla ragione e le evidenze sperimentali sono complementari nel comune obiettivo di una produzione sostenibile.
E’ pertanto di tutta evidenza che le tecniche di produzione biologica, pur positive per l’attenzione alla conservazione della fertilità del suolo, alla biodiversità, ecc., non sono automaticamente sinonimo di sostenibilità ambientale e che, al contrario,  il ritorno all’agricoltura (e alle rese per ettaro) del passato è un’ingenua utopia che porterebbe ad aumentare la pressione antropica sul pianeta.
La comunità scientifica, ad eccezione delle minoranze sopra citate, è concorde nel ritenere che la sola scelta seria e responsabile per un’agricoltura ecosostenibile è proseguire nel cammino della scienza e dell’innovazione, prendendo atto degli errori del passato e imparando a utilizzare le tecnologie in modo rispettoso dell’ambiente.
L’agricoltura del futuro nelle sue diverse forme (biologica, integrata, intensiva, a conduzione familiare, ecc.)  dovrà seguire i principi della sostenibilità ambientale, sociale ed economica, utilizzando tutti i fattori di produzione in modo coerente e razionale sì da minimizzare l’inevitabile impatto ambientale che l’agricoltura stessa comporta.
In coerenza con ciò, il mondo delle scienze bio-agrarie, rappresentato da AISSA, FISV, Conferenza di Agraria, ANBI, che riuniscono quasi 10.000 ricercatori, chiede al nostro Senato, dove è in discussione il Disegno di Legge “Disposizioni per la tutela, lo sviluppo e la competitività della produzione agricola, agroalimentare e dell’acquacoltura con metodo biologico”, la revisione del DDL al fine di eliminare i diversi punti critici che privilegiano ingiustificatamente l’agricoltura biologica rispetto ad ogni altra forma di agricoltura, compromettendo gravemente lo sviluppo competitivo dell’agricoltura italiana e della ricerca relativa.

Figura - Frumento Italia rese 1861-2018