Api, una battaglia continua

di Giulio Pagnacco

Quasi quotidianamente la stampa propone articoli sulle api e sulle minacce che questi preziosi insetti subiscono da un uso sconsiderato di pesticidi o dai drammatici cambiamenti climatici in corso. L’allarme è più che legittimo, ma tralascia altri aspetti non meno preoccupanti e meno noti legati a nuovi parassiti e predatori che grazie alla globalizzazione affliggono ulteriormente il lavoro degli apicoltori. Nell’ultimo anno tuttavia si è insinuato nel mondo apistico un nuovo elemento di disturbo di cui certo non si sentiva la mancanza. Niente di biologico o di materiale, piuttosto una frattura intellettuale o culturale, qualcosa cioè di immateriale, ma non per questo meno pericolosa. Si sono infatti diffuse idee e proposizioni minimamente supportate da basi scientifiche, ma piuttosto romantiche ed emozionali, riproponenti una sorta di ritorno ad una improbabile Arcadia Felix. In base a queste idee, ad esempio, le api non sono animali domestici: come se gli oltre 19.000 imprenditori a partita IVA del settore che detengono circa il 79% di un patrimonio apistico nazionale stimato in circa 1.400.000 colonie, fossero dei semplici appassionati entomologi. E ancora: la selezione può fare solo danni e molto meglio sarebbe lasciare fare a madre natura perché in Italia disponiamo della celebre varietà Ligustica di Apis mellifera che tutto il mondo ci invidia. La moltiplicazione delle migliori famiglie attraverso la conosciuta pratica del traslarvo infatti indebolisce la varietà e ne minaccia la variabilità genetica, quindi il miglioramento genetico alla fine è comunque un peggioramento. Dietro questi e altri “ragionamenti” si intuisce chiaramente una visione dell’apicoltura in base alla quale le varietà di Apis mellifera emerse in Europa al termine dell’ultima era glaciale sono qualcosa di immutabile. Non importa se altrove la selezione ha prodotto ceppi migliorati che manifestano caratteristiche di resistenza alle malattie, produttività, docilità o migliore capacità di mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici decisamente superiori alle nostre api di casa: noi abbiamo la fortuna di avere la Ligustica. Dobbiamo solo far sì che questa non venga inquinata da fuchi di questi ceppi estranei e lasciar fare alla selezione naturale abbandonando l’uso di pratiche zootecniche che nulla devono avere a che fare con l’apicoltura. Purtroppo, vicina questi poco giudiziosi propositi è la Legge Regionale dell’Emilia-Romagna n. 2 del 4 marzo 2019 che definisce questa Regione come un’isola riservata esclusivamente alla Ligustica.

Tutti sanno che le api si riproducono in volo. La regina vergine si accoppia con 10 – 15 fuchi che possono provenire da un raggio anche di parecchi chilometri. È ovvio quindi che l’importazione, facile e legittima, di regine più performanti della nostra Ligustica, metta in circolazione fuchi di tipi genetici fino a ieri sconosciuti nella Penisola. Ma anche la diffusa pratica del nomadismo e quella della produzione anticipata di regine nelle regioni in cui la primavera arriva prima contribuiscono ulteriormente a un rimescolamento dei genomi della specie che è francamente illusorio pensare di fermare per legge.

In un modo globalizzato in cui tutto corre, pensare all’immobilità come all’unica fonte di salvezza è semplicemente improponibile. Sarebbe necessario invece promuovere una intensa selezione della Ligustica per recuperare il tempo perduto e renderla competitiva con la Carnica e la Buckfast, incoraggiando la creazione di aree di accoppiamento popolate esclusivamente da fuchi di certa origine razziale e migliorate caratteristiche produttive in modo che finalmente la selezione non lavori solo sulla scelta delle madri di regine, ma controlli anche i padri sia delle regine che dei fuchi. Una attività di razionale selezione (breeding) basata su queste aree otterrebbe anche il virtuoso risultato di garantire la conservazione della nostra Ligustica che, allo stato attuale, non è affatto una razza in via di estinzione, ma lo potrebbe diventare presto se l’approccio fosse quello dell’immobilità. In questo scenario conforta però il fatto che pochi mesi fa si sia costituita in Firenze una nuova Associazione per la selezione e la salvaguardia di Apis mellifera (AISSA) con l’adesione di molti imprenditori ben motivati e con idee chiare. Una associazione nella cui mission si legge: “diffondere una cultura apistica razionale basata su solidi principi di gestione zootecnica” e ancora “rispettare e promuovere una conservazione razionale della biodiversità della specie”. Ecco, forse non tutto è perduto!