Alberi, cambiamenti climatici e cambiamenti sociali

di Francesco Ferrini

A prescindere da ciò che ci dicono i media, i quali alternano periodi in cui ci mostrano o scrivono di Greta Thunberg a tutte le ore e in tutte le salse, salvo poi ricadere nell’oblio per spostare la nostra attenzione a problemi spesso ingigantiti da interessi di parte, esistono prove inequivocabili che il clima della Terra sta cambiando a un ritmo senza precedenti e non si limita al riscaldamento del globo.
La maggioranza degli scienziati informati (nel senso che fanno ricerca su questo specifico argomento e quindi ne possono parlare con cognizione di causa), concordano sul fatto che questo veloce cambiamento è il risultato dell’aumento dei gas serra nella nostra atmosfera direttamente causato da attività umane. Nessuno nega che i cambiamenti ci siano sempre stati, ma adesso il tutto sta avvenendo con scala temporale brevissima e con effetti che potrebbero essere imprevedibili per la loro entità. Gli effetti del cambiamento climatico sono infatti geograficamente iniqui, vari e imprevedibili con conseguenze potenzialmente devastanti e non pianificate sia per la diversità vegetale globale sia, in definitiva, per la sopravvivenza stessa dell'uomo.
Sappiamo anche che le piante sono fondamentali in questo scenario in quanto importanti regolatori del clima globale e sono la chiave di volta del ciclo del carbonio. L'assorbimento di anidride carbonica (CO2), uno dei principali gas climalteranti, durante la fotosintesi, il suo sequestro temporaneo nei tessuti dei vegetali e il suo stoccaggio permanente nelle parti permanenti sono le fasi attraverso il quale il carbonio viene rimosso dall’atmosfera e messo a disposizione di animali e umani per crescita e sviluppo. Gli alberi sono particolarmente importanti a questo proposito, fungendo da grandi pozzi di assorbimento, in quanto assimilano CO2 e la immagazzinano come biomassa legnosa, ma anche favorendo lo stoccaggio del carbonio nei suoli che può essere addirittura, e spesso lo è, superiore a quello stoccato nei vegetali.
La biodiversità vegetale (e non solo) è alla base di tutti gli ecosistemi terrestri e questi forniscono i sistemi fondamentali di supporto vitale da cui dipende tutta la vita. Gli ecosistemi sono composti da insiemi di specie ed è chiaro che la singola specie (talvolta il singolo individuo) all'interno degli ecosistemi reagirà in modo diverso ai cambiamenti condizioni climatiche. Alcune specie rimarranno al loro posto e si adatteranno a nuove condizioni, altre si sposteranno in nuove posizioni e alcune specie si estingueranno. Ciò comporterà cambiamenti nella composizione delle specie e nella struttura dell'ecosistema, e possibile perdita di servizi ecosistemici essenziali.
I modelli delle future distribuzioni degli impianti indicano che l'aumento della temperatura di 2-3 °C nei prossimi cento anni potrebbe mettere a rischio estinzione la metà delle specie vegetali mondiali. Le specie il cui areale di crescita è già limitato come quelle alpine e quelle endemiche insulari con "nessun posto dove andare" sono quelle più a rischio e quelle che pongono le maggiori preoccupazioni al riguardo.
La perdita di specie vegetali, peraltro, potrebbe colpire (in realtà in alcune aree è già così), in modo sproporzionato i poveri delle aree rurali, molti dei quali fanno affidamento alle risorse alimentari (e non solo) fornite da piante selvatiche per i loro mezzi di sussistenza.
Il negativo impatto dei cambiamenti climatici sull'agricoltura di queste aree (riduzioni di resa, spostamento delle zone di coltivazione, aumento dei parassiti e malattie) potrebbe avere ripercussioni enormi sui flussi migratori. Attualmente ci sono milioni di migranti forzati nel mondo in fuga da guerre, fame, persecuzioni ed è un numero in crescita a causa dei cambiamenti climatici. Le previsioni delle Nazioni Unite stimano che entro il 2050 potrebbero esserci tra 25 milioni e 1 miliardo di migranti ambientali. Comprendere il nesso tra migrazione e cambiamento climatico si dimostrerà fondamentale per far fronte alla nostra attuale emergenza climatica.
E sappiamo già che gli alberi sono il mezzo “naturale” e più economico per agire. Adesso.