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Notiziario di informazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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06 luglio 2016

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Riflessioni sulla Brexit

di Dario Casati

Dopo  il clamore e la confusione dei primi giorni si può tentare, forse, qualche riflessione non episodica sul referendum relativo all’uscita della Gran Bretagna dall’Ue.
La sua adesione alla Comunità creata dai Sei paesi fondatori avvenne in un secondo tempo e dopo che la stessa aveva animato in concorrenza un’area di libero scambio, l’EFTA, senza le ambizioni di integrazione del tentativo dei Sei.
La questione si era posta ben presto, trovando molti avversari sia nella Comunità, come la Francia di De Gaulle, sia in G.B., tanto che l’adesione nel 1975 fu sottoposta a referendum. Le previsioni incerte furono però sovvertite dal voto favorevole di due terzi degli elettori.
Da quel momento l’Efta si sgretolò sino agli attuali 4 Paesi aderenti, mentre la Ce si ingrandiva e ampliava la sua azione oltre il Mercato Unico con il contributo inglese, sia pure riluttante e a prezzo di concessioni.
L’ampliamento, proseguito con i paesi ex comunisti, ha rallentato l’approfondimento dei legami e delle materie gestite in comune, come De Gaulle aveva previsto. I modi di interpretare la costruzione europea si sono moltiplicati, quasi sempre senza approfondire le ragioni pratiche ed ideologiche di ognuno. È stato il trionfo “dei salti in avanti”come l’euro, in assenza di tanti, troppi, elementi di sostegno e di garanzia. Aumentano le resistenze e i distinguo britannici, sino all’ opt out per l’euro e per Shengen. La crisi poi accresce un forte senso di rifiuto nei confronti di un potere lontano e inadeguato a gestire un’entità che si allontana da quella per cui era stato creato.  L’antieuropeismo si diffonde in tutti i paesi.  
Ora il referendum spinge a compiere scelte in un clima di confusione e sotto impulsi emotivi. Da noi prende la forma di un rifiuto dell’euro, più che della Ue. Da questa, come gli Inglesi, si può recedere con una procedura inserita nel Trattato, ma dall’euro, al di là delle conseguenze negative per un paese con un debito colossale come l’Italia,  non si può perché non esistono le modalità.
Gli altri 27 paesi, quasi offesi, esigono di fare in fretta, ma non è possibile. Il Trattato indica tempi e modi del negoziato. Quindi per un paio d’anni, e forse  fino alla fine del periodo di bilancio 2014/20, le parti difficilmente si separeranno. Tempi più stretti sarebbero impossibili, se solo si considera la mole della legislazione comune.
Sul tappeto c’è anche la questione della sterlina. La G.B. in campo monetario è collegata ai meccanismi di concertazione dei cambi e di libera circolazione dei capitali.  La sua Banca centrale, con quelle degli altri stati membri e la BCE,  appartiene al Sistema Europeo delle Banche Centrali che avrà un ruolo fondamentale nel pilotare l’ oscillazione del cambio  e i nuovi equilibri.
Lo stesso vale per gli scambi commerciali: i flussi difficilmente cambieranno. Il paese rimarrà deficitario di prodotti agricoli e alimentari che importerà dagli abituali fornitori, anche qui  con  i vincoli dei vari accordi multilaterali e bilaterali. Potrebbe forse puntare a ricucire i legami con i paesi superstiti dell’EFTA e la Svizzera che, tuttavia, con l’Ue fanno parte dello “Spazio economico europeo” ma senza poteri decisionali, altrimenti si aprirebbe una lunga strada di accordi bilaterali con i principali partner, ma anche qui ormai vigono regole generali. L’imposizione di nuove barriere  che alcuni temono non è realizzabile.
Molte preoccupazioni appaiono perciò eccessive, ma certamente l’uscita di un paese così importante è un grave vulnus all’Ue. Gli altri dovranno trarne le conclusioni per il loro futuro, al di là di eventuali nuove defezioni. Si riproporranno con forza due nodi irrisolti: il dilemma Unione politica o area di libero scambio e quello di un assetto istituzionale più semplice e trasparente nei confronti dei cittadini, ma questo dipende dalla soluzione data al primo.
L’Ue, alla ricerca di se stessa deve avere il coraggio di guardarsi allo specchio e di compiere scelte realistiche senza il ricorso ai ”salti in avanti” che hanno dimostrato di non funzionare a lungo termine. Non c’è tempo per gli indugi in un mondo che non ha ancora superato la sua peggiore crisi economica.


Reflections on Brexit
After the outcry and confusion of the first few days, perhaps we can now try to seriously think over the referendum on Great Britain’s exit from the EU.
In a referendum, people are pushed to make choices in an emotionally confused atmosphere.
Almost offended, the other 27 countries want to wrap things up quickly but that is not possible as shorter times are impossible, if we consider just the enormity of the common legislation.
The same is true for trade exchanges, whose flows are unlikely to change.
It therefore seems extreme to be so worried. Nevertheless, the exit of such an important country is certainly a deep wound for the EU. The other members will have to draw conclusions for their future, beyond eventual new desertions. Two unresolved questions will crop up formidably: the dilemmas of the political union or free exchange area and of a simpler, more transparent institutional structure towards citizens. This however will depend on the solution found for the first question.



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