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Notiziario di informazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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16 marzo 2016

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Dieci punti per salvare l’Italia dell’olio

Potete non essere d’accordo sulla mia visione dell’Italia contemporanea, ma nulla toglie alla verità di quanto sostengo ormai da lungo tempo, anzi da fin troppo tempo, seppure continui a essere inascoltato. L’Italia ha paura, e nessuno vuole ammetterlo; e tuttavia ha l’intemperanza di opporre una tenace, quanto costante, resistenza. Resiste a tutto l’Italia, anche a se stessa, ma, più di tutto, resiste al proprio futuro, preferendo rimanere ancorata a una visione nostalgica del passato.

1. Non avere paura del proprio passato. Siamo stati straordinari nel creare la grande fama del mondo oleario italiano, e non dobbiamo sentirci addosso quell’ansia di prestazione che ci limita e ci trattiene.
2. Occorre smetterla di individuare come capro espiatorio delle difficoltà di mercato il fatto che ci siano troppi oli importati dall’estero: per superare questo complesso, è bene darsi da fare e piantare più olivi. Più piante di olivo ci sono, più olio italiano si produce.
3. L’Italia non deve inseguire o modelli delle olivicolture estere, ma creare un proprio modello. Non possiamo snaturare la nostra identità, ma non possiamo nemmeno rinunciare a essere all’avanguardia. Noi oggi siamo fermi, e occorre invece avere una visione moderna dell’olivicoltura.
4. Occorre investire danaro personale. Fino ad oggi abbiamo solo guardato agli aiuti provenienti dai finanziamenti pubblici, e siamo rimasti fermi al palo. Invece l’imprenditore deve assumersi il rischio di impresa e agire con le proprie risorse, proprio come avveniva in passato, oltre cinquant’anni fa.
5. Occorre investire in cultura. Invece accade che il mondo dell’olio, sia i piccoli produttori, sia le aziende di medie dimensioni, sia quelle realtà più grandi, non leggano, non si informino, non lavorino per curare la propria formazione – a parte le eccezioni (sempre rare) ovviamente.
6. Occorre rivedere il concetto di olivicoltura tradizionale. Occorre agire cambiando la nostra visione di olivicoltura. Senza tradire gli insegnamenti del passato, senza sconvolgere le nostre tradizioni, certo, ma senza nemmeno rinunciare nel contempo a guardare al futuro. Oggi noi concepiamo la tradizione come fissità, invece la tradizione la si fa ogni giorno, inventando qualcosa di nuovo. Valgono gli insegnamenti del passato, ma in una logica ispirata al futuro.
7. La biodiversità è un valore inestimabile, ma ciò non significa che non si debba lavorare su nuove varietà destinate a diventare anche queste autoctone. Se ci pensiamo, il germoplasma delle altre epoche non coincide con quello attuale. Ciò sta a significare che vi è l’esigenza di lavorare sul nostro patrimonio genetico, individuando nuove cultivar di olivi, facendo ricerca, studiando nuove vie, così come avviene in frutticoltura.
8. Occorre cambiare il linguaggio e i modi di comunicare l’olio. Oggi ci siamo cristallizati su formule vetuste. Prima avevamo slogan del tipo “olive raccolte a mano”, “prima spremitura a freddo”, oggi non siamo migliorati. Se per valorizzare il nostro olio dobbiamo ricorrere a formule del tipo “olio ricco di polifenoli”, senza poi far seguire questea espressione da una narrazione convincente a poco serve sistenere che un olio amaro e piccante sia segno di qualità”. Occorre andare oltre le consuete formule e far parlare invece l’olio, senza sovraccaricarlo di significati che il consumatore non comprende se non opportunamente raccontati.
9. Occorre avere fiducia nel consumatore, senza mai forzarlo. Le tendenze di consumo si delineano con estrema delicatezza, mai spingendo il consumatore verso strade che abitualmente rifiuta e non accetta. La qualità è sempre la giusta mediazione tra ciò che è tale in senso oggettivo e ciò che invece il consumatore richiede per sè. E’ stata proprio questa nostra capacità di interpretare i mercati, e di conseguenza i gusti cangianti del consumatore, a rendere grande l’Italia dell’olio.
10. Non possiamo limitarci a produrre olio solo in Italia. Se si è per davvero grandi pionieri, allora occorre produrre olio anche all’estero, in altri Paesi. Conta l’imprinting italiano. L’importante è essere chiari e trasparenti, senza mai ingannare il consumatore, e nemmeno se stessi. I grandi oleari riescono a non restare confinati nell’ambito ristretto del proprio territorio. Basti pensare a una realtà come Antinori, con il vino: è presente come azienda produttrice (e non solo come azienda commerciale) ovunque nel mondo, in tutti i continenti”.
 
Da: Olivomatto.it, di Luigi Caricato, 5/03/2016


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