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Notiziario di informazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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17 settembre 2014

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Scelte “politiche” e finanziamenti per la ricerca

di Carlo Fideghelli

Ancora alla fine del 2013 la Regione Molise ha deliberato l’indennizzo ai frutticoltori che hanno estirpato impianti di drupacee colpite dal Plum Pox Virus (Sharka) negli anni 2011, 2012 e 2013, per un importo complessivo di 40.000 €. Secondo una stima del Servizio Fitosanitario della Regione Veneto, a tutto il 2007, in Italia, erano già stati spesi quasi 20 milioni di € per indennizzare i frutticoltori costretti ad estirpare le piante trovate infette dal virus della sharka. Se tutto ciò fosse servito ad eliminare il problema o, almeno, a fermare l’avanzata del virus sarebbero stati soldi ben spesi, ma è evidente a tutti coloro che operano in campagna che la sharka è ormai presente in tutte le aree frutticole, comprese quelle che ufficialmente ne sono indenni.
La ragione di questa situazione è semplice e sorprende che non sia stata messa in evidenza fin dall’inizio; l’estirpazione delle sole piante sintomatiche non ha tenuto conto dei seguenti aspetti:
a) per quanto accurate siano le ispezioni in campo, ci saranno sempre piante i cui sintomi sfuggono all’osservazione del tecnico;
b) la manifestazione dei sintomi richiede tempi diversi da varietà a varietà, da pianta a pianta e in parti diverse della stessa pianta;
c) diverse varietà sono asintomatiche pur essendo infette;
d) numerose specie erbacee e diverse drupacee spontanee sono portatrici del virus.
Il risultato è stato che la maggior parte dei nuovi impianti, in sostituzione di quelli estirpati, pur realizzati con piante certificate virus esenti, sono risultati infetti nel giro di pochissimi anni.
Se anche una parte dei milioni poco utilmente spesi fosse stato investito in ricerca, oggi disporremmo di informazioni e di materiale genetico molto più utili per aiutare i frutticoltori ad affrontare con successo il problema.
Due, in particolare, sono le azioni che, secondo me, andrebbero affrontate con priorità:
1) testare sistematicamente tutte le varietà in commercio, per verificare la loro reazione all’infezione del PPV, tenendo presente che ai fini della commercializzazione, diverse cultivar, pur sensibili alla sharka, non manifestano sintomi sui frutti. Il Centro Ricerche Produzioni Vegetali dell’Emilia-Romagna ha, da tempo, avviato un progetto con questa finalità e il progetto “Liste di orientamento Varietale dei fruttiferi”, finanziato dal Mi.P.A.A.F. con la collaborazione di molte Regioni, aveva inserito questo obiettivo accanto alla valutazione agronomica-pomologica, tre anni fa.
Lo sforzo del CRPV, per quanto lodevole e utile, non è tuttavia sufficiente per valutare tutte le nuove cultivar che annualmente vengono commercializzate in Italia e il progetto “Liste Varietali”, dal 2013, non è più finanziato.
2) Dare continuità al progetto di miglioramento genetico PPVCON (per il miglioramento genetico della resistenza a Sharka nel pesco), finanziato dal Mi.P.A.A.F. nel 2007 con un milione di euro, per un triennio e mai rinnovato per “mancanza di fondi”.
A volte i problemi non derivano da mancanza di soldi, ma da scelte sbagliate sulla loro utilizzazione.


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Commenti

Giovanna Serenelli - inserito il 21/09/2014

Articolo interessante per i dati presentati e per le conclusioni tratte. Nelle aree infette, dopo l'estirpazione, si richiede una quarantena di almeno 3 anni prima del reimpianto delle colture soggetto ovviamente alla dimostrata scomparsa dell'infezione. Mi chiedo, ed è una mia curiosità, se questi criteri siano stati seguiti. Visto che l'origine del virus è in Bulgaria e risale al 1910, se non erro,non sarebbe possibile cercare lì qualche vecchia varietà resistente al virus associando la lotta agli afidi incrementando la presenza dei loro nemici naturali (la vecchia buona e simpatica Coccinella septepunctata ad es.)? Ovviamente senza fondi non può essere fatta nè prevenzione, nè ricerca.

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