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Notiziario di informazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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23 aprile 2014

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Il ruolo della ricerca nell’olivicoltura spagnola

di Tiziano Caruso

Con oltre 2.5 milioni di ettari di oliveti e una produzione media annua prossima a 1.5 milioni di tonnellate di olio (rispettivamente il 25% delle superfici coltivate e il 45% della produzione nel mondo), attualmente la Spagna non ha rivali in questo settore produttivo. Nonostante l’olivicoltura spagnola tragga dai suddetti numeri larga parte della forza per dominare il mercato dell’olio di oliva, sempre più agguerrita si rivela però la competizione sul mercato globale. Paesi del Nord Africa (Tunisia e Marocco in particolare)  hanno da tempo avviato le azioni necessarie per migliorare sensibilmente lo standard qualitativo dei relativi prodotti, riuscendo a mantenere bassi i prezzi, attraverso il contenimento del costo della manodopera. Nuovi Paesi produttori (America del Nord e del Sud, Australia) mirano invece a soddisfare la pur modesta, ma crescente, domanda interna e ad affermarsi sul mercato internazionale facendo affidamento su aziende di estensione compatibile con elevati livelli di meccanizzazione, per limitare i costi di produzione. 
Il contesto sopra delineato ha da tempo stimolato i ricercatori spagnoli, che fanno capo a diverse istituzione scientifiche, a sviluppare nuovi modelli olivicoli per le diverse realtà agronomiche del Paese, altamente produttivi e con elevato grado di meccanizzazione della raccolta e della potatura, e ciò anche a costo di ridurre drasticamente le varietà diffuse in coltura. 
Malgrado la Spagna possa infatti fare affidamento su un cospicuo panorama varietale autoctono (274 le cultivar descritte) e i suoi oli possono essere valorizzati con marchi di riconoscimento comunitario (DOP e IGP), le cultivar  più estesamente coltivate sono tre: Picual, Hojiblanca e Arbequina. Quest’ultima, di origine catalana, una regione marginale rispetto all’olivicoltura spagnola, si è andata affermando negli ultimi 20 anni per le peculiari caratteristiche agronomiche (fruttificazione precoce, crescita vegetativa contenuta, costanza di produzione, autofertilità) che soddisfano le particolari esigenze degli impianti “Superintensivi”(1500-2000 alberi/ha). Adatti soprattutto per aziende di grande estensione (> 60 ettari), attualmente gli impianti superintensivi, contraddistinti dalla contiguità degli alberi sul filare le cui chiome danno luogo a pareti continue, alte circa 2.5 m, insistono su circa 100.000 ettari, il 50% dei quali in Spagna. Imprese spagnole, in società con altre straniere hanno diffuso tali impianti anche al di la dei confini nazionali. Diversi Paesi, tra i quali USA, Australia, Argentina, hanno infatti riscoperto l’olivicoltura da olio come settore produttivo su cui investire proprio grazie alla sviluppo di tale modello d’impianto, per la possibilità di meccanizzare la potatura e la raccolta, con macchine che operano in continuo, già affermate in altri settori produttivi (viticoltura). Le maggiori remore agronomiche rispetto alla ulteriore diffusione degli impianti superintensivi sono rappresentate dall’esiguo panorama varietale utilizzabile (solamente 2-3 cultivar si sono rivelate adatte), dall’esigenza di estese superfici aziendali, di alti costi d’impianto, di cospicui quantitativi di acqua irrigua.
In relazione alle suddette limitazioni, sempre con l’obiettivo di ridurre drasticamente l’impiego di manodopera per potatura e raccolta, per aziende di medie dimensioni e che puntano anche al mercato dei prodotti tipici, sono stati messi a punto impianti ad “Alta densità” (circa 500-700 alberi/ha) che consentono di coniugare i vantaggi propri degli impianti superintensivi con la possibilità di operare con larga parte del panorama varietale. Anche in questo caso le piante, disposte sempre secondo sesti rettangolari, determinano continuità delle chiome lungo la fila per cui si prestano sia alla potatura che alla raccolta meccanica in continuo. Per la raccolta piuttosto che scavallatrici vengono utilizzate macchine che operano in continuo, con avanzamento laterale rispetto al filare, che “bacchiano la chioma” con lunghi “flagelli” montati su assi verticali oppure, in discontinuo, con macchine del tipo syde by side, riconducibili a vibratori da tronco muniti di telai intercettatori regolabili in lunghezza e in altezza.
Lo sviluppo di impianti con elevato grado di automazione ha inoltre stimolato l’avvio di nuovi programmi di miglioramento genetico e condizionato le priorità degli obiettivi di programmi già in corso. La cultivar Arbequina è infatti oggi divenuta un ideotipo di riferimento tanto da essere entrata a far parte, come parentale, di diversi programmi di incrocio; inoltre, l’espressione dei relativi tratti caratterizzanti sono oggi oggetto di approfonditi studi di genetica classica e di genomica funzionale al fine di sviluppare marker utili per la selezione precoce di nuovi genotipi nelle progenie F1.  Nell’ambito dell’attività di ricerca finalizzata alla costituzione di nuove cultivar con le caratteristiche prima indicate, in genere avara di risultati nel medio termine, i ricercatori spagnoli hanno acquisito importanti conoscenze per ridurre i tempi di selezione, tanto che la prima cultivar (Sikitita) è stata recentemente licenziata e molte altre seguiranno negli anni a venire, poiché sono diverse le selezioni avanzate in valutazione che presentano i tratti desiderati.
Attualmente circa il 20% dell’olivicoltura spagnola è in irriguo (il 30% in Andalusia) e, data l’attuale tendenza ad aumentare la densità di piantagione, quindi la superficie fogliare per unità di superficie, nei nuovi impianti non si potrà prescindere dall’irrigazione. Anche per questo aspetto intensa è l’attività di ricerca portata avanti dagli studiosi spagnoli che, dal punto di vista agronomico, mira a ottimizzare l’efficienza dell’acqua somministrata e ad automatizzare l’attivazione degli impianti irrigui in rapporto alle esigenze idriche delle piante.
Un cenno particolare merita infine l’attività di formazione di tecnici e di divulgazione delle innovazioni che alcune istituzione scientifiche inseriscono nei propri programmi di ricerca. 

Sintesi della lettura svolta presso l’ Aula Magna del Dipartimento di Scienze Agrarie e Forestali dell’Università degli Studi di Palermo, il 10 aprile 2014.



Le foto sono di Louis Rallo, Prof. Emerito Università di Cordoba. Nel 1991 l’Università di Cordoba e la IFAPA (Istituto Andaluso di Ricerca Agraria) hanno avviato un programma di miglioramento genetico per incrocio, allo scopo di ottenere nuove varietà di olivo idonei a  impianti superintensivi. Nel 2008 una di queste selezioni è stata registrata e brevettata con la denominazione “Sikitita”. Le foto, rispettivamente del novembre 2011 (qui sotto) e del maggio 2012 (in apertura), corrispondono a un impianto di “Sikitita” effettuato nel settembre 2009 a Villarrasa (Huelva). Nel 2012 (terzo anno dall’impianto), la produzione ha superato 1.70 t/ha. Maggiori informazioni possono essere tratte dal sito web www.sikitita.es 




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