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Notiziario di informazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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15 maggio 2013

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La Piana di Rosarno: dalle coltivazioni storiche alle nuove produzioni

Sulla piana di Rosarno si è svolto un incontro il 6 maggio 2013, organizzato dalla Sezione Sud-Ovest dei Georgofili

di Pierluigi Taccone

La piana di Rosarno, con le sue coltivazioni di 30.000 ettari di ulivo e 10.000 di agrumi, ha rappresentato il serbatoio di olio più rilevante della nazione ed il maggiore fornitore di agrumi, verso i paesi del nord Europa fino agli anni 60 del secolo passato. 
I  suoi  terreni estremamente fertili, profondi , di origine vulcanica ed il clima umido, favorivano lo sviluppo e la produttività di queste specie tanto da far dire al prof. Jacoboni, in merito al gigantismo della sua vegetazione,  che la piana era l’unico territorio dove il coltivatore doveva frenare le proprie piantagioni e non spingerle perché crescessero.
Diverse generazioni di agricoltori hanno tratto di che vivere dalle due coltivazioni e pochi ettari di terreno, visto l’elevato frazionamento del territorio, davano da vivere ad intere famiglie.
Oggi,  dobbiamo dire che se non fosse per gli incerti aiuti comunitari, l’agricoltura della piana non avrebbe la possibilità di vivere. Se venissero meno assisteremmo ad una diaspora dei 200.000 abitanti del territorio, con rilevanti effetti  socio economici e degrado dell’area. 

Due i motivi di questa crisi:
- I prezzi internazionali delle due produzioni  mediterranee,  i cui competitori hanno costi risibili, in paragone ai nostri e la incapacità  di adeguare le nostre colture alle mutate condizioni di mercato e tecniche, illudendoci che gli aiuti comunitari sarebbero stati immutabili e sufficienti alle necessità degli agricoltori. Anche le Istituzioni non hanno mai fatto nulla, in termini di piani di sviluppo settoriale,  per modernizzare questa agricoltura, anzi, in questo perenne equivoco fra territorio e paesaggio agrario, hanno impedito qualsiasi trasformazione della senescente ed obsoleta olivicoltura locale.
- Una miope visione ambientalista, che non ha capito che il paesaggio agrario viene meno se ne vengono a mancare i presupposti economici. Volere a tutti i costi rispettarlo equivale a distruggerlo più velocemente.

Oggi ci si rende conto che il mancato ammodernamento della tradizionale agricoltura locale porterà ad una crisi irreversibile. Le Istituzioni hanno varato delle leggi che timidamente autorizzano l’espianto di vetuste strutture olivicole. E’ un primo passo che dovrà  precedere altri più decisivi,  per la crescita della piana.
Si  svolgano dei piani di sviluppo in cui si prevedano incentivi che favoriscano una ripartizione colturale con specie diverse,  in quantità di ettari compatibili agli interessi dei coltivatori e del territorio.
La  straordinaria vocazione agricola della piana  potrebbe rendere fruttuosa  qualsiasi coltivazione, dalla cerasicoltura e pomicoltura ed ulivicoltura nella sua parte collinare, alla orticoltura, agrumicoltura e frutticoltura  nella sua parte pianeggiante.
L’ulivo, ha ragione di essere in mancanza di alternative, in questi casi la multifunzionalità dell’agricoltura giocherà un ruolo determinante quale erogatrice di crediti di carbonio di fruizione turistica del territorio e di baluardo al dissesto idrogeologico.

Si dovranno prendere decisioni  coraggiose e le Istituzioni dovranno fare delle scelte fra agricoltura e paesaggio, non vi sono vie di mezzo. La piana potrà aspettare, gli agricoltori no.

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