Scienza, comunicazione e politica: una questione molto intrigata

di Amedeo Alpi
Si può dire che i mezzi di comunicazione, in Italia, fanno la loro parte così come i ricercatori fanno la loro. Qualche problema nasce quando i risultati dell'attività scientifica possono essere direttamente applicati a specifiche attività oppure danno spiegazioni circa le condizioni del nostro pianeta. Mi vengono in mente, nel primo caso, gli OGM e l'interminabile dibattito fra favorevoli e contrari, e i cambiamenti climatici globali, nel secondo caso. Sono entrambi argomenti spinosi che hanno dato luogo (e continueranno a dare luogo) a dispute furiose tra fautori e detrattori, tra negazionisti e sostenitori.
Sulla questione abbiamo letto molto, ed è stato anche detto molto da parte dei Georgofili. Verrebbe voglia di sottrarsi a questi dibattiti tanto accesi quanto, talora, inconcludenti. Si tratta però di fatti importanti, che incidono quotidianamente sulla vita di tutti noi; pertanto è inevitabile continuare a partecipare a questo difficile confronto.
Il problema non è limitato all'Italia, ma è avvertito, se pur con vari accenti, in tutto il mondo; recentemente la rivista Nature (vol. 506, issue 7489 del 28 Febbraio 2014) ha riportato il parere di un illustre ecologo del cambiamento globale, Simon Lewis dell'Università di Leeds, su di un tema che condiziona le nostre vite: le inclemenze del tempo e le loro cause. Lewis già in altre occasioni ha preso posizioni non allineate (vedi: Nature 468, 7; 2010), ma in questo caso ciò che più mi ha interessato è la sua convinzione che il dibattito corrente, su questo argomento come su altri, soffra di un pasticcio fatto di risposte sbagliate a domande magari ben formulate. In buona sostanza, non è possibile che ad una domanda che richiede una valutazione scientifica, si risponda con una posizione politica o con un orientamento della pubblica opinione influenzata dai "media". Ovviamente è vero anche il contrario: se si vuole una risposta politica è abbastanza inutile portare risultati scientifici. Ciò che invece è utile, secondo il parere di Lewis, è ottenere un dibattito pubblico tra pari: cioè, se la domanda richiede una risposta da parte della scienza, a rispondere deve essere un ricercatore e, se si vuole un parere contrario, che questo venga dato non da un politico o da un giornalista, ma da un altro ricercatore che abbia dati precisi diversi da quelli addotti dal primo. Solo così un confronto pubblico può tentare di portare un contributo ai complicati problemi sopra esposti. Intrigare le competenze (e le esigenze) della scienza, della politica e della comunicazione, può risultare, come difatti sta succedendo, in una vistosa e pericolosa confusione generale in cui rischiamo tutti di litigare con tutti, come vediamo fare in molte trasmissioni televisive che dovrebbero informare ed invece lasciano più dubbi che certezze.
Mi pare adeguato riportare l'esempio di Lewis circa l'ultimo inverno estremamente piovoso nel Regno Unito, così come da noi. Dice Lewis: la domanda che il giornalista si pone, constatando questo particolare andamento meteorologico, è: "Tale evento è causato dal cambiamento climatico?". La risposta di Lewis è la seguente: nel Settembre trascorso, il Bulletin of the American Meteorological Society  ha pubblicato le analisi fatte da 18 gruppi di ricerca su 12 eventi meteorologici estremi, accaduti nel 2012 (uragani, siccità, inondazioni, freddi intensi, onde di calore) concludendo che il fattore antropogenico contribuiva solo in metà dei casi esaminati. Si può quindi rispondere alla domanda precedente nella seguente maniera: "quando i risultati saranno analizzati e pubblicati, sapremo dare una spiegazione". 
Banale, ma efficace. Certo, il dibattito mediatico può soffrirne.