Questione meridionale e Questione nazionale: il meridionalismo è morto?

Si è svolto a Milano un incontro organizzato dall’Associazione Manlio Rossi-Doria, introdotto da Michele De Benedictis. Riportiamo un abstract della lezione svolta da Adriano Giannola (Prof. di Economia Politica all’Università di Napoli Federico II)

di Adriano Giannola
A 150 anni dall’ Unità rimangono attuali due temi: l’ identità nazionale e l' appartenenza allo Stato - Italia.
Un' identità antichissima ha una forma di Stato che appare, oggi e in prospettiva, molto fragile. 
Alla radice della discrasia Stato - Nazione sta la persistente, profonda incoerenza tra l' unità politica e la mancata unificazione economica del Paese.  
Con visione tutt' altro che localistica, meridionalismo e "neomeridionalismo" hanno fornito un contributo essenziale al tentativo di mettere in sintonia Stato e Nazione, condizione oggi più necessaria di ieri per essere Sistema e protagonisti nei mercati globali. 
Il nodo Nord - Sud  non è "abrogato" e una rivisitazione della storia è quanto mai raccomandabile per capire da dove veniamo e dove può andare oggi il Sistema esposto agli sconvolgimenti della globalizzazione. 
Sull’ arretratezza del Mezzogiorno si fece leva per ricostruire e avviare, secondo la proposta del neomeridionalismo, lo sviluppo del Paese e, nel 1957, l’ ingresso in Europa. Per la prima volta nella storia unitaria, si realizzò una significativa convergenza Nord-Sud; essa termina con la rottura strutturale che seguì la crisi energetica del 1974. La liquidazione dell’ intervento straordinario del 1992, il lungo vuoto poi, alimentarono un sentire comune nel quale il  redivivo Lombardo - Veneto proclama il diritto alle “proprie” risorse. 
La “nuova programmazione” dal 1998 esternalizza il problema del Sud  affidato ai fondi europei, non più oggetto di politiche nazionali. 
L' emergenza di oggi dovrebbe consigliare grande attenzione. La ostinata persistenza della Questione può dirci molto sulle terapie utili a far fronte alla nostra attuale debolezza. Questa si palesa fin dal 1998, prima della crisi finanziaria, quando viene meno il salvagente della svalutazione competitiva. Da allora sono stati bruciati dieci anni nell’ intento di esorcizzare lo spettro del declino con la retorica della questione settentrionale e del federalismo.
Oggi occorre schiodare il Mezzogiorno dalla sua marginalità. Qui è massimo il dramma  del lavoro, qui sono massime le opportunità di riposizionare il Sistema.
La forza delle cose, impone di riconsiderare, in forma adeguata ai tempi, il ruolo del Sud come una grande “Regione d’ Europa”.