Prospettive di impiego dei vitigni di ultima generazione resistenti alle malattie

di Paolo Storchi
In un contesto in cui la sensibilità verso i temi dell’ambiente e della salute è sempre maggiore, anche il settore della viticoltura è chiamato ad una maggiore sostenibilità delle produzioni ed alla riduzione dell’impiego di fitofarmaci. Se da una parte ciò sta già avvenendo a seguito dell’introduzione delle tecnologie informatiche e dei modelli previsionali nella gestione della difesa, in prospettiva un ulteriore importante contributo potrà venire dalle biotecnologie e dal miglioramento genetico.
Già in passato la tecnica dell’incrocio per ottenere nuove varietà resistenti alle malattie è stata utilizzata, ma con scarsi risultati sul piano del potenziale enologico. Da poco più di un decennio abbiamo però a disposizione la sequenza del genoma della vite e si stanno aprendo nuove prospettive per l’ottenimento di genotipi che uniscano una scarsa sensibilità alle malattie ad un elevato standard qualitativo.
Negli ultimi anni diversi Centri di ricerca hanno quindi ripreso ad eseguire nuovi incroci mirati ed interessanti accessioni stanno già arrivando a disposizione dei viticoltori. Si tratta di varietà con buona resistenza multigenica a oidio e peronospora e le cui caratteristiche enologiche risultano paragonabili a quelle del genitore “nobile”, almeno nelle regioni in cui sono già diffuse.
E’ da evidenziare che attualmente la legislazione europea permette il miglioramento genetico della vite esclusivamente tramite incrocio, e per quanto riguarda la normativa italiana, ad esempio, le recenti varietà resistenti a oidio e peronospora ottenute dall’Università di Udine attraverso le tecniche tradizionali di incrocio e selezione sono state iscritte al Registro nazionale con la limitazione di impiego nella sola produzione di vini da tavola o IGT, in quanto ottenute da un genitore in parte diverso dalla Vitis vinifera, portatore dei caratteri di resistenza.
Per quanto riguarda la ricerca, accanto ai programmi mirati di incrocio tradizionale, si inseriscono in prospettiva le più recenti opportunità offerte dalle moderne biotecnologie, che permetteranno di produrre cloni dei più noti vitigni con l’inserimento di geni specifici di resistenza tramite la cis-genesi e l’editing genetico. Per rendere disponibili i nuovi vitigni migliorati sarà però necessario un adeguamento legislativo che ne permetta la coltivazione, chiarendo la distinzione tra cisgenesi e transgenesi ed evitando ogni possibile confusione tra le potenzialità delle diverse tecnologie.
Resta comunque aperto il dibattito sull’opportunità di un’apertura incondizionata alle nuove varietà nei comprensori delle principali Denominazioni d’origine, che hanno alla loro base territorio e tradizione storica. Secondo i detrattori con la diffusione dei nuovi vitigni si rischierebbe di favorire un’enologia "anonima" e appiattita, a vantaggio di vini e Paesi senza tradizione.
Degli aspetti legati all’innovazione ed all’impiego di nuove varietà resistenti ai patogeni fungini si è parlato in un Forum nazionale tenutosi a Firenze lo scorso 23 gennaio, organizzato dalla Confederazione Italiana Agricoltori (CIA) in collaborazione con l’Accademia dei Georgofili e moderato da Antonio Calò, georgofilo e presidente dell’Accademia della Vite e del Vino.
In apertura Riccardo Velasco del CREA ha evidenziato il fermento innovativo che si è manifestato nel settore della ricerca sul genoma delle specie vegetali, con il perfezionamento di tecniche di intervento sempre più raffinate e rispettose della natura stessa delle specie vegetali.
In particolare risultano interessanti ed applicabili le nuove opportunità derivanti dalle tecnologie di genome editing, che permetteranno di produrre non tanto nuove varietà, quanto nuovi cloni di vitigni internazionali e autoctoni, modificati solo nei geni di resistenza o sensibilità a malattie o avversità abiotiche, senza ricorrere al miglioramento transgenico caratteristico degli OGM.
Michele Morgante, dell'Università di Udine, ha ribadito che nella ricerca l'Italia è all'avanguardia, è ben posizionata nel trasferimento tecnologico ma “soffre” per norme che non consentono un'adozione tempestiva delle innovazioni, in quanto risentono di “pregiudizi e ideologie che non si sono adeguate alla mutata realtà”.
La sentenza della Corte di giustizia europea del luglio 2018 non ha dato una mano. I giudici, come noto, hanno sostenuto che sostituire una base del Dna di una pianta con un’altra, come già avviene tramite fecondazione o per mutazione spontanea e indotta, va considerato alla pari di introdurre un gene estraneo. Equiparando, di fatto, questa prassi a quelle applicate per l'ottenimento degli Ogm, senza considerare che nei prodotti cisgenici si opera solo sui geni interni, senza materiale genetico esterno al DNA della specie, che rimane immutato.
Per Antonio Rossi, dell’Unione Italiana Vini, gli scenari futuri richiedono un'apertura verso le nuove tecniche che potranno consentire di ottenere piante di vite in grado di produrre vini di qualità, nonostante i cambiamenti climatici, e di resistere alle patologie. I legislatori europei e nazionali dovranno quindi fare la sua parte per accompagnare le innovazioni scientifiche in modo “laico e senza pregiudizi”.
Nelle conclusioni il presidente nazionale CIA, Dino Scanavino, ribadendo la necessità di sviluppare nuove relazioni tra pubblico e privato e interazioni più strette tra mondo dell’impresa e mondo della ricerca, ha evidenziato come l’innovazione non sia solo nuova conoscenza, ma anche trasferimento e diffusione di tecniche elaborate in questi anni, finora non collaudate in campo e non implementate nei processi aziendali.