L'agricoltura non può rinunciare al progresso

di Dario Casati
Tre episodi presi dalla cronaca dei primi mesi dell’anno, per non parlare della riforma della Pac, mostrano come stia cambiando, giorno dopo giorno,  il modello europeo di agricoltura:  il 31 gennaio la Commissione, preso  atto di un rapporto sibillino dell’EFSA annuncia la messa al bando per due anni dei neonicotinoidi da impiegare su mais, colza, girasole e cotone a causa dei possibili danni provocati alle api; l’indomani Basf, dopo la prima, la famosa Amflora, rinuncia ad altre tre patate ogm per le incertezze del contesto europeo e le minacce di distruzione; pochi giorni prima la Francia ha confermato la sua guerra a oltranza al mais Mon 810.  
È l’immagine di un’agricoltura ferma, che mette produzione e produttività in secondo piano, ma in cui sembra prevalere un’interpretazione del principio di precauzione che diventa immobilismo di fronte all’innovazione ed ai progressi della ricerca. Il  contrario di ciò che si invoca per uscire dalla crisi in tutti i campi, dall’economia alla salute umana. 
Sembra che l’Ue sia  paralizzata dal timore del nuovo e che si rifugi nelle malintese certezze del passato. È il malessere europeo, dall’economia alla società, dalla scienza all’agricoltura: l’ Europa non riesce a guardare avanti e a preparare il futuro, è inerte,  decisa a non decidere. 
Rinunciando al progresso in agricoltura paga un pesante prezzo in termini di rese e di copertura dei fabbisogni alimentari. Lo può fare solo comperando materie prime agricole sul mercato mondiale, ma ciò contribuisce a ridurre gli stock, a squilibrare il rapporto offerta/domanda, a rendere elevati i prezzi, a far aumentare la fame nel mondo, a frenare il miglioramento dell’alimentazione del resto dell’umanità. 
Se confonde il rischio con la certezza, se le manca la forza per affrontare un rischio ragionevole, se respinge il contributo della scienza all’innovazione, l’agricoltura europea non ce la farà e precipiterà  in un mondo come quello che ha preceduto le scoperte scientifiche dell’800 e in cui dominavano carestie, pestilenze e guerre per il cibo.
È quello il futuro del nuovo modello agricolo europeo?  


(Dall'editoriale pubblicato su TERRA E VITA n° 6  del 9 febbraio 2013)