Frutta, il caso Opera: quando le aggregazioni sono vincenti (e quando no)

di Lorenzo Frassoldati*

Ha sollevato clamore la vicenda di Opera, il polo cooperativo-privato della pera italiana che ha recentemente perso per strada la sua componente privata (il gruppo Mazzoni e altri). Il clamore è aumentato dopo l’intervista esclusiva al nostro sito corriereortofrutticolo.it del n.1 di Confcooperative, Maurizio Gardini, che ha dato la linea: l’operazione Opera è stata coraggiosa ma anche “rischiosa”, forse “non matura”, ma “andiamo avanti comunque, siamo grandi e ci assumiamo le nostre responsabilità”. Intanto l’ex mondo bianco investe sul bio e spinge sul progetto Brio-Alegra-Agrintesa, vero guanto di sfida al polo Canova-Apofruit-Almaverde. Che il progetto Opera vada avanti viene confermato pochi giorni dopo dall’annuncio della rete di imprese tra due soci fondatori di Opera – Patfrut e Perarte – finalizzata alla co-gestione dell’impianto Opera di Monestirolo. Luca Granata, n.1 di Opera, non ha mai commentato i fatti di casa propria, però ha risposto con l’operazione Patfrut-Perarte, cioè con fatti concreti, investimenti, nuovi modelli organizzativi, com’è nel suo stile. Poche parole, molti fatti. Anche qui una conferma che il progetto Opera (Gardini dixit) va avanti.
Fin qui i fatti. Sullo sfondo il tema generale: le aggregazioni funzionano in ortofrutta? Sì e no, funzionano solo se sono grandi… e se sono efficienti, aggiungo io, cioè se servono a ridurre i costi, a fare cose improponibili per i singoli soci, a fare innovazione migliorando qualità del prodotto e approccio al mercato, a lavorare in reale collaborazione e trasparenza su obiettivi comuni. Se invece ci si guarda in cagnesco, se si lavora solo su obiettivi di brevissimo periodo, se si vive in uno stato di tregua armata tra concorrenti, sicuramente non funziona. Anche perché i risultati quasi sempre non sono immediati e gli investimenti (strutturali, promozione, marketing) prima costano e gli effetti arrivano con calma. E poi perché ogni prodotto è diverso dall’altro e ha una sua storia, e le pere dell’Emilia Romagna sono diverse dalle mele della Val di Non. In sintesi: siamo tutti d’accordo che è l’aggregazione che serve, ma serve una aggregazione che funzioni, altrimenti non serve, e scusate il gioco di parole.
Andiamo oltre. Se comunque serve più aggregazione per aumentare la redditività delle produzioni ortofrutticole – e qui siamo tutti d’accordo – a chi spetta l’iniziativa? Agli attori sul mercato, alle loro rappresentanze, alla politica nazionale e regionale. Una volta si diceva che la produzione italiana era ‘disaggregata’, ed era vero. Ma a colpi di Ocm siamo arrivati al 60% di produzione organizzata. Funziona? In alcuni casi sì (si pensi al Sud dove si partiva quasi da zero) ma complessivamente i risultati sono largamente inferiori alle attese. Le crisi cicliche di prezzi, di mercato e di mancata programmazione sono lì a dimostrarlo. Anche perchè nel frattempo la controparte (Gdo) ha corso i 100 metri in fatto di concentrazione, rendendo il mercato sempre più competitivo. E anche la flessione del nostro export è un ulteriore segnale negativo. Non a caso gli spagnoli hanno l’80% di produzione organizzata e fanno tre volte il nostro export (anche se non sono immuni da crisi di mercato pure loro perché ci sono fattori imponderabili come il clima, le tensioni geopolitiche, le sanzioni ecc).
Quindi anche il 60% non basta. Si può, si deve fare di più. Ci sono troppe Op, molte vivono quasi solo sulla carta. Bisognerebbe fare pulizia, andare oltre, ma come? Alzando l’asticella dei requisiti, con una legislazione più premiante per chi si aggrega davvero, ottimizzando i contributi Ocm. A chi spetta la prima mossa: al Ministero, alle Regioni? Il Ministero è debole, le Regioni sono divise, poi ci sono gli interessi elettorali, clientelari, le divisioni nel mondo agricolo… Le Op sono rappresentate da Unioni nazionali: manco loro si sono aggregate quando c’è stata l’occasione. Italia Ortofrutta si era detta disponibile a fondersi (o qualcosa del genere) con Unaproa, ma quest’ultima ha preferito farsi ‘salvare’ da Coldiretti. Quindi, di cosa parliamo?
La sintesi può essere: le aggregazioni sono vincenti solo se sono grandi ed efficienti e se ci sono manager capaci al comando. E se c’è una politica che capisce i problemi e ‘aiuta’. Tutto il resto è bla-bla, buono per l’ennesimo convegno. E poi ricordiamoci cosa diceva Montanelli: “Un italiano? Un bel tipo. Due italiani: un litigio. Tre italiani: tre partiti politici”.

*Direttore del “Corriere Ortofrutticolo”