Diamo valore al bosco e non alle sue ceneri

di Paolo Inglese
Non si può tacere dinanzi allo scempio di 1500 ha di boschi andati, letteralmente, in fumo, in Sicilia, nell’arco di un fine settimana. Lo spettacolo di una rovere pluricentenaria, ancora calda di cenere, nel tronco ormai scavato, impone alcune considerazioni. La prima: il bosco è divenuto risorsa solo se, e quando brucia. Non si può più sentir parlare di ‘piromani’, perché se di malattia si tratta, è la gestione politica, tecnica, amministrativa, dei boschi a essere malata e non certo per opera di un singolo ‘piromane’. Il bosco brucia, nell’attesa che elicotteri di ultima generazione e altra tecnologia di controllo, mai di prevenzione,  siano oggetto di nuovi appalti. Il bosco brucia, in attesa che il governo regionale, ancora una volta, investa nella politica assistenziale degli operai stagionali, che ha privato interi paesi montani di professionalità, rassegnandoli a un presente, e a un futuro, di mero assistenzialismo, fatto di personale non formato, non specializzato, per lunga parte dell’anno inutilizzato. Il bosco brucia perché l’equilibrio tra pascolo e bosco, dopo millenni, non è ancora regolato dall’azione di un’amministrazione capace di comprenderne le diverse necessità. Il bosco brucia, perché il Corpo Forestale della Regione Siciliana, L’Azienda Foreste Demaniali ha perso, nel tempo la straordinaria professionalità (dove sono finiti i laureati in Scienze Forestali che pure l’Università forma da vent’anni?) che pure ha avuto, in passato, diventando feudo elettorale, conteso tra Assessorato Ambiente e Agricoltura e con Direttori, sempre più attenti al volere politico piuttosto che alle necessità del bosco. Il bosco brucia, perché la Politica dei Parchi Regionali, in particolare il Parco delle Madonie, annaspa tra mille regolamenti e poco sviluppo, non essendo capace di controllare neanche lo sciamare incontrollato dei cinghiali (anch’essi figli di improvvidi esperimenti dell’Azienda Foreste Demaniali).



Il bosco brucia perché i Piani forestali non si realizzano, ma giacciono negli scaffali. Il bosco brucia, perché pulirlo costa e se poi si tratta di far diventare, per direttiva europea e legge dello stato, sottobosco e residui di potatura, ‘rifiuto speciale’ da portare in discarica, allora la biomassa e la necromassa si accumulano diventando combustibile ingovernabile, con buona pace del legislatore. Potrà sembrare un je accuse generico, ma, nel silenzio che ormai accompagna questo terribile fenomeno (interessa piuttosto che ‘nessuna casa è stata colpita’), so di doverlo a quella e a mille altre querce secolari, ostaggio e vittime di un terribile ricatto sociale, fatto di politica sbagliata e di mancato sviluppo, dell’ignoranza e dell’incapacità della politica di dare risposte adeguate a sfide decisive. Come? Ad esempio avendo il coraggio di vietare, non solo l’uso edilizio, ma anche il pascolo, nelle aree percorse da incendio e di innescare una proporzione inversa tra investimenti, anche di personale e dimensione e frequenza di incendi. Più bruci, meno, io Stato-Regione, spendo; meno bruci, meglio curi, più spendo. Premiare il lavoro, le politiche sane di sviluppo, punire l’omertà, il disinteresse, il ricatto sociale. Non c’è altra strada se non si vuole aspettare che in un’altra calda notte di scirocco il ‘solito piromane’ colpisca ancora. Diamo valore al bosco e non alle sue ceneri.



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