“A ogni popolo i propri alimenti”: i medici rivalutano le diete tradizionali

Secondo le linee-guida promosse da molte istituzioni sanitarie nazionali, come il nostro ministero della Salute e l’Organizzazione Mondiale della Sanità, una dieta equilibrata dovrebbe essere composta da 50 % di carboidrati, 20 % di proteine, 30 % di grassi. Inoltre si raccomanda di ridurre l’uso del sale (5 grammi al giorno, non di più) e dell’alcol.
Un gruppo di esperti internazionali, ha dedicato un convegno a Ginevra sul ruolo delle diete tradizionali, promosso dalla Rappresentanza permanente italiana all’Onu e da Federalimentare, che raggruppa le associazioni nazionali di categoria dell’industria alimentare.
Ogni popolo ha un suo modello alimentare che ha a che fare con la storia dei cibi, la geografia del Paese, la sua cultura, le sue tradizioni e persino con la genetica.
Il modello principe è quello della dieta mediterranea, che è stata dichiarata nel 2010 Patrimonio intangibile dell’Umanità dall’Unesco. Marco Silano, responsabile dell’Istituto superiore di Sanità, ha evidenziato che questa dieta sfrutta gli alimenti del territorio, ma associa altre componenti come la convivialità e l’esercizio fisico, come aveva notato il suo “scopritore”, il biologo americano Ancel Keys che aveva vissuto nel Cilento a partire dagli anni Sessanta. Proprio qui aveva scoperto che l’alimentazione tipica non solo del Sud Italia, ma anche della Grecia, poteva ridurre l’impatto delle malattie cardiovascolari.
Ecco perché bisogna riconsiderare le diete tradizionali per poter fornire, in un mondo in preda alla globalizzazione, nuove indicazioni per mantenersi in salute attraverso il cibo.
In Paesi come la Cina, ricca di cultura culinaria, si stanno affermando abitudini alimentari (spesso mutuate dall’Occidente) che sembrano contribuire all’aumento delle malattie cardiovascolari, del diabete, dell’obesità e del cancro.
Fra gli altri modelli da salvaguardare, ci sono quelli del Sudamerica, con il Brasile in testa, dove la cucina mette insieme diversi ingredienti, quelli di origine africana, quelli tipici dei nativi e quelli importati dai colonizzatori.
Una popolazione si adatta alla sua alimentazione nel tempo. Oggi si parla infatti di nutrigenetica, cioè di come i geni condizionano la risposta dell’organismo ai cibi. E di nutrigenomica, cioè di come gli alimenti possono interferire con il comportamento dei geni. Non a caso le diete «fast food» stanno facendo i danni maggiori nei Paesi in via di sviluppo non ancora abituati a questo tipo di alimentazione. Anche nei confronti della dieta, dunque, ogni individuo è unico e, come in molti altri campi della medicina, si va sempre di più verso un’alimentazione «personalizzata».
Le diete del futuro dovranno essere rispettose della tradizione, ma con un occhio alle differenze individuali.
In questo campo, però, la ricerca è vecchia. Bisogna lasciarsi alle spalle il XX secolo e affrontare il XXI, usando i Big Data e l’intelligenza artificiale. Arrivare cioè a «disegnare» un modello alimentare adatto a ogni singolo individuo, che soddisfi i suoi gusti, ma preservi la sua salute e prevenga malattie legate a una scorretta alimentazione.


da: Corriere della Sera, 11/6/2019