Governo italiano e Commissione Ue, notizie buone e cattive

Lorenzo Frassoldati* 18 settembre 2019

C’è in giro un pericoloso trionfalismo dopo il varo del governo Conte bis e la nomina di Paolo Gentiloni a commissario europeo agli Affari economici. L’Italia che torna a farsi valere in Europa, ritrovato protagonismo, ecc.
Su questo nuovo governo Conte bis in generale valuteremo cammin facendo, il bello viene adesso con la manovra economica per il 2020. Ci limitiamo ad osservare che il programma – evidentemente raffazzonato in pochi giorni – contiene tutto e il contrario di tutto e anche per l’agricoltura (al punto 29, l’ultimo) si tratta di un insieme di buoni propositi e nulla più.
Più incisive e pragmatiche le prime dichiarazioni del neoministro per l’Agricoltura, Teresa Bellanova, che intende lavorare su temi quali l’export, la lotta a dazi e barriere, la difesa del made in Italy e dell’agricoltura mediterranea in Europa, il contrasto alle emergenze come xylella e cimice asiatica, oltre che naturalmente la lotta al caporalato, l’impegno di una vita della Bellanova, ex sindacalista. Certo il comparto ha bisogno anche di interventi ‘macro’: riduzione del cuneo fiscale, rilancio degli investimenti per le infrastrutture, incentivi per la diffusione di tecnologie innovative, costo del trasporto, dell’energia…tutti interventi che dipendono solo in parte dalla Bellanova ma dall’azione complessiva del governo (e dalle risorse che avrà a disposizione). Però il piglio è quello giusto, anche nel richiamo al lavoro a stretto contatto con le imprese. E sull’export ha già parlato chiaro schierandosi a favore del Ceta, il trattato di libero scambio tra Unione Europea e Canada attualmente in vigore ma che il governo italiano non ha ancora ratificato.  Ratifica osteggiata da tutto il neoprotezionismo di casa nostra, dalla Coldiretti ai 5 Stelle, e che potrebbe trovare una sponda nel neoministro degli Esteri Luigi di Maio che non a caso ha già chiesto per sé la delega al Commercio estero. Come mettere Dracula alla presidenza dell’Avis. Come si possa conciliare la necessità di esportare di più (da tutti conclamata) con la continua guerriglia ai trattati di libero scambio, è materia da lettino dello psicanalista.
Sul caporalato bisogna trovare una linea che non sia vessatoria per le imprese , che snellisca  e agevoli il reclutamento della manodopera, che non scarichi costi impropri sulle aziende, che riduca gli oneri burocratici a loro carico, che stabilisca nuove norme sul lavoro stagionale, che chiami in causa le politiche di certe catene della Gdo che tra corsa al ribasso dei prezzi, aste al doppio ribasso, promozioni stracciate costruiscono le premesse per lo sfruttamento del lavoro nero nelle campagne. La lotta al caporalato deve uscire dl limbo del moralismo e delle buone intenzioni per entrare sul terreno delle best practices, delle azioni concrete da concordare con le imprese.   

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Carlo, Magno anche a tavola

Giovanni Ballarini 18 settembre 2019

Carlo Magno cosa mangiava? E monaco Alcuino di York che regole alimentari gli dava? Queste domande sono pertinenti dopo aver visto le storie romanzate dei film e della televisione che ci propongono un medioevo carnivoro con personaggi come Carlo Magno, Adelchi ed altri grandi mangiatori di carni. Quale la realtà? Domanda alla quali per Carlo Magno possiamo rispondere, perché il biografo Eginardo nella sua Vita Karoli e lo storico Alcuino nel suo De virtutibus et vitiis liber ci hanno lasciato molte e precise indicazioni.
Carlo Magno, a modo suo, da Eginardo è presentato come un moderato, perché quanto a tavola si fa servire soltanto quattro portate, oltre alla carne arrostita, suo cibo preferito. Anche da vecchio Carlo Magno rimane affezionato all'arrosto e non si adatta al lesso consigliato dai medici. Una dote, quella di essere un forte mangiatore di carne, che Carlo riconosce anche ad Adelchi, figlio dello sconfitto Desiderio, quando a Pavia s’introduce in incognito alla mensa del vincitore e si fa notare quale poderoso mangiatore di carni e soprattutto di midollo del-le ossa di cervi, orsi e bufali. Mangiando come un leone che divora la preda Adelchi si qualifica come un fortissimo soldato e con la sua virilità alimentare conquista Carlo Magno.
Per un nobile medievale rinunciare alla carne è motivo di profonda umiliazione, anzi la maggiore delle punizioni imposta dal potere ci-vile e poi imitata da quello ecclesiastico. Astenersi dalla carne, volontariamente o per imposizione, è una grande, se non la massima penitenza. Il mangiar carne non è quindi soltanto una libertà, ma anche un dovere, tanto che il saggio Alcuino deve precisare che il vizio della gola è il peccato di chi si fa preparare cibi più raffinati di quanto richiesto dalle necessità del corpo o dalla qualità della sua persona. L'alimentazione - scrive Jaques Le Goff - è la prima occasione per gli strati dominanti della società di manifestare la loro superiorità ed il lusso alimentare assieme all'ostentazione del cibo esprimono un comportamento di classe, quindi una sorta di dovere sociale.

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Strategie produttive nell’oliveto tradizionale

Gianpiero Colomba 18 settembre 2019

In passato, la gestione della fertilità da parte dei contadini era una variabile fondamentale per la produzione agraria, svolgendo quindi un ruolo chiave imprescindibile nell’agricoltura preindustriale. La dipendenza dal letame (risorsa non sempre disponibile) o da altre forme di fertilizzazione (p.es. interramento materia organica) potevano essere una reale limitazione, soprattutto in contesti di forte competizione per l’approvvigionamento della materia organica o di carenza di manodopera. 
Paradigmatico il caso dell’oliveto del Salento pugliese, dove i livelli produttivi sono stati sorprendentemente alti fino alla fine del XIX° secolo, proprio quando l’agricoltura era di tipo biologica, ossia senza l’ausilio di fertilizzanti chimici di sintesi, all’epoca sconosciuti

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Problemi di potatura e abbattimento arboreo in ambiente urbano

Francesco Gurrieri 18 settembre 2019

Sempre più sovente dobbiamo assistere a conflittualità fra pubbliche amministrazioni e cittadini (talvolta organizzati in comitati spontanei) sulla materia degli abbattimenti arborei nei parchi, giardini e pubbliche vie. Né sempre il programma di sostituzione e reintegrazione arborea indicato dal pubblico amministratore convince e soddisfa il cittadino. 

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